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L’isola di Levanzo,
per la sua naturale ubicazione terrestre, non ha un filone
storico proprio, essa isola, vive e subisce le vicende
storiche di tutto l’arcipelago delle isole Egadi;
segue le sorti delle alterne vicende delle terre e dei
popoli del Mediterraneo, in particolare della Sicilia
e delle altre due isole Favignana e Marettimo e per la
sua posizione geografica, nella sua storia segue di pari
passo quella di Favignana.
I fenomeni economici e storici delle isole Egadi si susseguono
in intima connessione con quelli regionali, nazionali
e europei.
Questi miei appunti sono il frutto di una ricerca meticolosa
degli eventi che in migliaia di anni passati hanno contribuito
a costruire un mosaico di tessere storiche che si sono
susseguite in questa nostra terra di Levanzo. Le fonti
sono varie, attendibili e storicamente controllate: enciclopedie,
storici, studiosi, antropologi, giornalisti, memorie storiche
di persone viventi e non, usi e costumi tramandati da
generazioni ecc..
Le notizie così raccolte e assemblate in questo
mio lavoro, sono suddivise in due parti:
la prima interessa l’era primordiale antichissima,
la formazione fisica e geologica di Levanzo e dell’arcipelago,
gli eventi storici antichi delle popolazioni che si sono,
per ragioni fisiologiche, susseguitesi su questo territorio;
la seconda interessa l’era moderna e recente di
Levanzo, oggi con i suoi tesori di ieri che offre a tutti,
per la conoscenza reale di questa isola.
Il tutto vuole essere un quadro di insieme che racchiude
dal nascere a oggi la storia bella e meno bella di questa
“mia” isola che amo e che sempre ho amato
L E V A N Z O. 
P R I M A P A R T E 
Dalle origini…la formazione
Le tappe del pianeta
Terra abbracciano miliardi di anni, in questo lasso di
tempo infinito le isole Egadi, di cui fa parte integrante
Levanzo è come se fossero nate adesso, solo da
pochi secondi. L’arcipelago delle Egadi è
formato dalle isole di Favignana, Marettimo, Levanzo e
gli isolotti di Formica e Maraone. La storia antica di
queste isole è sconosciuta, qualche fossile ritrovato,
fa pensare con un margine di sicurezza reale che le isole
Egadi si sono formate circa 600.000 anni fa, quando ancora
erano saldate alla Sicilia e questa era ancora unita alla
Calabria nel periodo Calabriano o addirittura nel Tirreniano.
Esse si presentavano sotto forma di rilievi mesozoici,
fasciati più o meno ampiamente da terreni quaternari
di emersione recente. I colossali sconvolgimenti tellurici
di quel tempo, e l’urtarsi dei continenti alla deriva
produssero nuovi corrugamenti montuosi – di tali
travagli sono fatte le Egadi – rocce dolomitiche,
rocce calcaree e sedimentarie tufacee. Per quanto riguarda
Levanzo due sollevamenti corrono paralleli sulla dorsale
N/O e S/E, il primo sollevamento termina a Nord con la
Punta dei Sorci, il secondo si prolunga più a Nord
e finisce a Capo Grosso. Fra l’uno e l’altro
capo vi è roccia calcarea a crimoidi del lias medio
cristallina marmorea, contenente anche noduli di selce
(costa occidentale), il secondo, calcare del lias inferiore
rappresentata da calcari dolomitici compatti bianco grigiasti
di piattaforma carbonatica con consistenza variabile da
quella cristallina a quella farinosa, (costa orientale)
mentre la dirupata scogliera orientale nordica è
di dolomia triassica.
La formazione dell’arcipelago avvenne in seguito
a movimenti di abbassamento e innalzamento delle acque
dei quali resta traccia nelle rocce sedimentarie (tufo
– roccia sedimentaria piroclastica, formatasi dalla
compattazione di ceneri, lapilli e scorie vulcaniche con
strati di fossili, nelle alterne vicende di milioni di
anni), nella calcarenite e nei fossili rinvenuti sulle
isole; per esempio, la presenza
come fossile-guida dello strombus-bubonius indicatore
di acque calde, e a Levanzo si è trovato qualche
esemplare di questi, il conus ermineus, bursa scrobilator,
mitra nigra.
In un ipotetico anno
intero di vita (365 giorni) del Pianeta Terra che ha
la veneranda età di 4.650.000.000 di anni, collocando
la sua data di nascita al 1° gennaio, Marettimo formatasi
circa 600000 anni fa, nel pleistocene (da 1800000 a 16000
anni fa, in questo periodo il mare si è abbassato
e innalzato anche di 140 metri) è isola solo da
circa 68 minuti; Levanzo e Favignana formatesi nell’olocene
(da 16000 anni fa ad oggi) sono isole da circa 55 secondi.
Marettimo è più “isola” delle
altre e questa prolungata insularità ne ha fatto
una sorta di piccolo esempio di – Galapagos –
nostrano.
L’isolamento genetico delle popolazioni che vi rimasero
intrappolate ha fatto si che si evolvessero e sopravvivessero
rarità flogistiche testimonianza di ambienti vecchi
di centinaia di migliaia di anni. Ricca e varia è
la fauna marina litorale di tutte le isole Egadi. La notevole
varietà di aspetti che la morfologia dei fondali
presenta lungo le coste crea infatti habitat favorevoli
a un gran numero di specie bentoniche o comunque frequentatrici
dell’ambiente litorale.
Le Egadi sono abitate sin dalla preistoria; e qui, il
turista può disporsi ad impersonare l’uomo
primitivo; intimità con la natura, ritorno all’età
preistorica, ed a Levanzo non è molto difficile,
basta introdursi nella Grotta del Genovese, la grotta
è una porta aperta negli abissi del tempo.
Nel paleolitico Levanzo e Favignana erano unite da uno
stretto ponte di terra tra l’attuale Cala Dogana
e San Nicola a Favignana, come si riscontra dall’esame
delle isobate risulta chiaramente che circa 10000 anni
fa il livello del mare era presumibilmente veritiero a
meno -33 metri, quindi sia Levanzo che Favignana erano
congiunte alla terraferma, piattaforma emersa e Favignana
a sua volta con la costa fra Trapani e Marsala cui la
profondità non supera i 13 metri.
Dopo gli uomini preistorici vi è un vuoto di cui
non si conosce ciò che avvenne. Intorno al 6000
a.c. il mare riprese la sua crescita e Levanzo e Favignana
divennero due isole (i primitivi che allora vi abitavano
non conoscendo l’arte della navigazione si estinsero)
e per circa 3000 anni le uniche voci restarono quelle
del vento, del mare, degli uccelli e dei piccoli mammiferi.
Dall’Odissea di Omero…..ai
Saraceni 
Si ritorna a parlare
delle isole Egadi nell’Odissea (libro IX) in cui
Omero fa approdare Ulisse nell’isola delle capre,
(Aegades o Aegusa) e per i Romani (capraria).
Forse i primi veri abitanti di questa parte della Sicilia
furono i Feaci (navigatori) e i Lestrigoni (agricoltori)
venuti dall’Epiro.
Verso il 1200 a.c. vennero in Sicilia i Sicani, i Siculi,
i Fenici con Ercole Tebano lasciarono una colonia nell’isola
di Mozia ed a Favignana (una necropoli è stata
scoperta in contrada S. Nicola) e datata circa VIII secolo
a.c. e dal ritrovamento di un’ancora ovale e dalla
raffigurazione in una grotta di una nave con invocazione
fenicia a Samek (iside); del periodo punico, tracce tra
Calazza e S.Nicola di due tombe d’età tardo-ellenistica,
una intera necropoli ellenistica e iscrizioni fenicio-puniche
risalenti al 1° secolo a.c.. I primi Greci che approdarono
in Sicilia ed anche nelle isole Egadi furono i Cumani,
corsari e ladri di mare.
Nel 415 a.c. gli Ateniesi si affacciano in Sicilia per
strapparla ai Cumani con alterne vicende e a questo punto
i Siciliani chiedono aiuto ai Cartaginesi, che subito
iniziarono l’invasione della Sicilia e probabilmente
si insediarono anche a Mozia e Favignana, l’invasione
delle truppe cartaginesi avvenne sotto il comando di Annibale
Giscone nell’anno IV della 92^ olimpiade, cioè
circa l’anno 404 a.c..
Le isole Egadi vengono prepotentemente alla ribalta nell’anno
249 a.c. quando la flotta romana che teneva l’assedio
del lilibeo con i consoli C.A. Regolo e L.M. Vulso fu
pesantemente sconfitta dalla flotta punica di 50 navi
al comando di Annibale; subito dopo negli anni a venire,
la flotta cartaginese comandata da Annone accorreva a
vele spiegate, proveniente dall’isola di Marettimo
verso Trapani per liberare l’esercito di Amilcare
Barca e portare i rifornimenti al corpo di spedizione
bloccato sul monte Erice, ma in prossimità di Levanzo
la flotta fu intercettata dai Romani al comando di Lutazio
Catulo che la distrusse completamente, ponendo fine così
alla Prima Guerra Punica con la pace del 241 a.c.. Anche
nella Seconda Guerra Punica 219-201 a.c. le acque antistanti
l’isola di Levanzo e Favignana furono teatro di
diverse battaglie.
Da questo momento storico ebbe inizio l’espansione
imperiale di Roma.
Alla fine delle guerre puniche circa 200 grandi navi affondarono
in queste acque, fu uno scontro epico tra le due flotte
più potenti del mondo allora conosciuto.
In tutto questo tratto di mare che si estende dalla costa
di Levanzo a Favignana,
a Marsala, all’isola di Mozia, a Trapani; tanti
sono i reperti archeologici che sono stati ritrovati,
recuperati, conservati ed esposti in musei archeologici
del luogo: anfore, ancore, pezzi di nave più o
meno intatti e ricomposti con certosino lavoro di restauro;
altri reperti in epoche passate sono stati trafugati illegalmente
e tanti ancora sono li sul fondo del mare a pochi metri
di profondità custoditi e visitabili con percorsi
subacquei archeologici guidati; e altri ancora da scoprire.
Per tutto il tempo a venire quando Vandali, Bizantini,
Arabi, Normanni, Svevi, Angioini, Aragonesi,
Turchi, Spagnoli si sostituivano cruentemente nel dominio
di queste aree, le Egadi furono famose per il loro valore
strategico, situate al centro del bacino del Mediterraneo.
Così finita la dominazione Cartaginese la Sicilia
divenne provincia romana e venne oppressa e sfruttata
dai pretori romani; i ricordi di questo periodo sono scarsi;
c’è qualche traccia a Favignana le vasche
di Garum in contrada S. Nicola, a Marettimo dei ruderi
nel piano delle Case Romane I° e II° secolo a.c.,
a Levanzo le vasche di Garum in contrada Cala Minnola.
Caduto l’Impero Romano, le Egadi passarono nelle
mani di Genserico, re dei Vandali circa l’anno 440,
finchè nel 551 furono cacciati dai Bizantini a
loro volta estromessi nell’827 dai Saraceni, arabi
musulmani, che dispoticamente governarono la Sicilia.
Dei Saraceni ci sono diversi ruderi che ancora esistono:
a Favignana in zona Torretta, in zona S.Caterina e in
zona S.Leonardo (poi trasformati in castelli); a Levanzo
nel Pizzo Torre; a Marettimo a Punta Troia; attorno al
900 d.c..
Da questo momento le isole Egadi condivisero le sorti
della Sicilia.
Dai Normanni…..ai
Pallavicino 
Agli inizi del 1061
i Normanni intendono liberare la Sicilia dal dominio Saraceno
e restituirla alla Chiesa di Roma; fra il 1077 e 1090
i Normanni di Ruggero I° riuscirono a liberare dai
Saraceni la Sicilia e queste isole, facilitati anche dalle
lotte intestine che assillavano i tre emirati arabi: ad
Enna (Ibn Al-Awas) a Mazara e Trapani (Abdullah Ibn Haukal)
a Catania e Siracusa (Ibn Al-Timnah).
Durante il periodo dei Normanni nel 1120 Ruggero II°
con editto regio stabiliva la fortificazione di Favignana
trasformando le torri arabe in fortezze e così
in Favignana furono costruite le fortezze di S.Caterina,
S.Leonardo, S.Giacomo.
Ruggero II° morì nel 1154 (e fu sepolto nella
Cattedrale di Palermo assieme alle spoglie della figlia
Costanza e del marito di lei lo Svevo Enrico (o Arrigo)
VI° e il figlio di entrambi Federico II° Re di
Sicilia e del Sacro Romano Impero); alla guida del Regno
di Sicilia successe il figlio Guglielmo I° detto il
Malo, a cui succedette il figlio Guglielmo II° detto
il Buono che divenne re di Sicilia dopo 5 anni di reggenza
della madre Margherita di Navarra. Guglielmo II° morì
nel 1189, non ebbe eredi e quindi fu l’ultimo discendente
maschio degli Altavilla nel trono di Sicilia; dopo il
breve regno di Tancredi di Lecce, morto nel 1194; seguì
a Roma l’incoronazione imperiale di Enrico VI°
e Costanza (figlia di Ruggero II°).
Enrico VI° di Svevia occupa Palermo e viene incoronato
Re di Sicilia, alla sua morte Costanza assume la reggenza
in nome del figlio. Nel 1198 muore Costanza e la reggenza
di Federico II° passa al Papa Innocenzo III° fino
al 1208 quando Federico (nato il 26-02-1194) diviene maggiorenne,
e nel 1209 sposa Costanza la sorella del Re d’Aragona.
Federico II° (citato anche da Dante nella Divina Commedia
– Paradiso III) fu uno dei protagonisti della storia
europea del secolo XIII°. Dopo vi fù Corradino
nipote di Federico II°, alla cui morte succedette
Manfredi che regnò dal 1258 al 1266 quando nella
battaglia di Benevento fu sconfitto e ucciso dal francese
Carlo d’Angiò.
Per il Regno di Sicilia si chiude così l’epoca
della dinastia Sveva che regnò dal 1195 al 1268,
e inizia quella degli Angioini.
Il regno di Carlo D’Angiò per nefandezze,
atrocità, oppressione ecc. non fu da meno degli
altri che li precedettero. I siciliani non ne poterono
più dei francesi e cercarono un’occasione
per cacciarli. Vicino Trapani (presso lo scoglio del malo
consiglio) si riunirono segretamente alcuni notabili (Palmerio
Abate signore di Favignana e di Carini – (la signoria
di Favignana fu data a Palmerio Abate dagli Svevi) - Giovanni
da Procida, Alaimo da Lentini, Gualtiero da Caltagirone
ed altri) per cacciare gli Angioini e poter così
dare il regno di Sicilia a Pietro III° re di Aragona
e marito di Costanza, figlia di Manfredi. Il 31 marzo
1282 vi furono i Vespri Siciliani e gli Angioini vennero
cacciati.
Pietro III° d’Aragona confermò la signoria
di Favignana a Palmerio Abate a cui succedettero i fratelli
Nicolò e Riccardo, a quest’ultimo Pietro
III° d’Aragona concesse, su richiesta, la facoltà
di potere impiantare nell’isola due tonnare (S.Leonardo
e S.Nicolò). Il più valido esponente degli
Aragona in Sicilia fu Federico II° (1295-1337). Tutti
i diritti sull’isola furono confiscati nel 1397,
prima perché inclusa nel Demanio della Regia Curia
e poi perché passò sotto la signoria di
Aloisio de Carissimo di Trapani.
Dopo gli Aragonesi dal 1416 la Sicilia cominciò
ad essere governata dai vicerè spagnoli, i quali
si resero colpevoli di nefandezze varie, patiboli, prigionie,
ruberie ecc.. In questo periodo le isole Egadi furono
punto di approdo di corsari, Turchi, base strategica di
rifornimento, (ad esempio dei Crociati), con continue
incursioni drammatiche dei Musulmani che facevano razzia
di uomini e li vendevano nei mercati d’oriente e
Algeri, come schiavi.
Tra i corsari, famosi, Khayr ad-Din, sconfitto nel 1536
da Andrea Doria, e Dragut. Durante questo periodo furono
rifatti a nuovo il Castello di S.Caterina e di S.Giacomo,
come punti di avvistamento. Nel 1516 Ugone di Moncada,
gia vicerè di Sicilia, combattè contro la
flotta Turca e poi sorpreso da una forte tempesta si rifugiò
con più di 10000 uomini a Favignana saccheggiando
e mettendo a ferro e fuoco l’isola.
Nel 1590 le Egadi venivano assegnati da Filippo II°
ai baroni Filingeri, poi passarono nelle mani di Giacomo
Brignani, genovese ed infine la Regia Corte sotto il governo
di Filippo IV° le vendette l’11 aprile 1640,
con le tonnare e il mare dei Porcelli per il prezzo di
500.000 scudi a Camillo Pallavicino di Genova e Rusconi
di Bologna, banchieri, a saldo di un debito con essi contratto
qualche anno prima. Il 22 marzo 1651 le Egadi per privilegio
di Filippo IV° furono erette a Contea. In seguito
la casa regnante, rifacendo nel 1688 il contratto di vendita,
si riservò ogni diritto sulle isole, obbligando
i Pallavicino a non fare concessioni enfiteutiche di terreni
senza l’approvazione della Regia Corte.
Il primo vigneto nell’isola di Levanzo fu realizzato
dai Pallavicino.
Dietro pressioni del Re, in Favignana fu costruita la
nuova Chiesa parrocchiale (della Immacolata Concezione
di Maria Vergine) ad opera dei Pallavicino e ultimata
nel 1764, attuale madrice.
Gli spagnoli dominarono la Sicilia e le isole Egadi per
più di 400 anni.
Nelle grotte di Favignana sono state rinvenute piccole
edicole, iscrizioni e stemmi spagnoli, che ebbero chiara
spiegazione nel 1850 dal dottissimo Canonico della Cattedrale
di Palermo il reverendo padre Uddulena, detenuto nell’isola
di Favignana dal Governo Borbonico per affari politici.
Nel 1735 l’infante Carlo di Borbone si assise sul
trono del Regno delle due Sicilie ed anche questi (i Borboni)
non furono certo di buona condotta e ne sono valide testimonianze
le carceri di Favignana e Marettimo; nel 1820 Guglielmo
Pepe fu imprigionato nella fossa di Marettimo e nel 1858
Giovanni Nicotera con altri della spedizione di Carlo
Pisacane fu rinchiuso nel Castello di S. Caterina a Favignana.
Nelle isole Egadi persino Napoleone vi fece una “puntatina”
nell’anno 1798.
Intorno al 1856 i Pallavicino-Rusconi tentarono di vendere
allo Stato le isole Egadi; le tonnare nel 1859 le ebbe
un certo Giulio Drago di Genova, ma in quel periodo morì
l’ultimo erede dei Pallavicino e le tonnare passarono
ai Durazzo di Genova e alla famiglia Rusconi di Bologna;
tuttavia ne rimasero legittimi proprietari sino al 1874,
allorchè con atto del 7 marzo, le isole e i loro
mari con le tonnare, i Pallavicino e i Rusconi le cedettero
in vendita a Ignazio Florio senior, grande imprenditore,
per la somma in contanti di Lt. 2.750.000, (prima erano
state offerte ai Pastorini di Genova che però furono
preceduti nella firma dai Florio); quando il nome dei
Florio si lega a quello delle isole Egadi, e da questo
momento si può dire che inizia la storia moderna
di Levanzo e delle isole Egadi.
Già si profilava la concorrenza delle tonnare spagnole,
portoghesi e tunisine, ma con tutto ciò le Egadi
con le tonnare erano un buon investimento. Le tonnare
di Favignana e Formica erano le più produttive
del Mediterraneo, i Florio vi crearono anche stabilimenti
di lavorazione di prodotti ittici. Le tonnare sono importanti
per la pubblica economia di queste isole sin dal 1453,
quando divennero titolo di baronia.
I Florio….e la “Tonnara”
I tonni nel periodo
primaverile si avvicinano alle coste delle isole Egadi,
per depositarvi le uova per la riproduzione e dove, in
questo periodo, la temperatura delle acque è circa
di 17° c. e la salinità si avvicina ai 37 grammi
per litro, sicuramente è l’ambiente ideale
per la riproduzione di questi illustri abitanti del mare
(i tonni). I tonni avvicinandosi alla punta Nord dell’isola
di Levanzo costeggiano l’isola in direzione Nord-Sud
(lato est), dirigendosi verso l’isola di Favignana
trovano una prima rete di sbarramento lunga diversi kilometri
detta “coda”, seguendola finiscono inevitabilmente
con l’imboccare la porta della TONNARA, un labirinto
di reti costituito da varie “camere” intercomunicanti,
fino ad arrivare nell’ultima camera, “della
morte” dove i pescatori tonnaroti, coordinati dal
“rais” svolgono il rito della “mattanza”
per catturare i tonni.
La famiglia Florio:
Fondatore della Casa Florio è Vincenzo nato nel
1799 a Bagnara Calabro (1799-1868), nel 1800 il padre
Paolo Florio si trasferì definitivamente a Palermo,
dove impiantò una piccola drogheria che nel giro
di pochi anni gli permise di lasciare al figlio una notevole
eredità.
Vincenzo è nato borghese, sposato con una borghese,
la milanese Giulia Portalupi è vissuto da borghese
sino alla fine; ebbe tre figli: Angelina, Giuseppa e Ignazio.
Nel 1830 Vincenzo acquistò alcune quote delle
tonnare dell’Arenella e nel 1838 se le aggiudicò
interamente e assunze la gestione di altre tonnare (Isola
delle Femmine, S.Nicola l’Arena, Solanto, Vergine
Maria, Scopello e S.Giuliano), dal 5 ottobre 1842 per
18 anni gestì le due tonnare di Favignana e Formica
come gabelotto e alla scadenza sebbene invitato dai proprietari
a continuare nell’affitto, ringraziò per
la fiducia e passò la mano ad altri. Nel 1874 le
acquisterà il figlio Ignazio.
Vincenzo partecipò alla creazione di compagnie
di Navigazione e si interessò anche ad altre iniziative
imprenditoriali. Fondò Società di Assicurazioni
Marittime, costruì uno stabilimento vinicolo a
Marsala ed in breve tempo conquistò i mercati nazionali
e internazionali. Si interessò anche della estrazione
e del commercio dello zolfo, nel 1839 gestiva già
26 zolfare e la commercializzazione dei suoi derivati.
A Palermo e poi a Marsala istituì anche stabilimenti
per l’industria tessile, la Filanda Florio a Marsala
aveva in funzione 3272 fusi.
Vincenzo Florio è giustamente considerato il creatore
dell’industria metalmeccanica a Palermo, grazie
all’attività della Fonderia Oretea. Seguì
l’attività armatoriale con la Società
Armatrice (I. e V. Florio) che era l’unica in Sicilia
a disporre nel 1856 di bastimenti a vapore. Con l’occasione
ottenne l’appalto per il servizio postale tra Napoli
e la Sicilia e diede vita ad una nuova Società
la “Piroscafi postali di Ignazio e Vincenzo Florio
e C.”.
Vincenzo si dedicò anche ad attività pubbliche;
dal 1834 al 1859 fece parte del Consiglio della Camera
di Commercio di Palermo. Nel 1848 fece parte della Guardia
Nazionale e del Senato Cittadino e divenne vicepresidente
della Camera di Commercio. Nel 1850 fu nominato “Governatore
Negoziante” del Banco regio dei Reali Domini al
di là del Faro. Nel 1861 la Banca Nazionale aprì
una filiale a Palermo e Vincenzo Florio acquistò
un buon numero di azioni che gli valsero la nomina alla
Presidenza del Consiglio di Amministrazione della filiale
di Palermo e poi l’ingresso nel Consiglio Superiore
della stessa Banca, cioè nell’organo decisionale
a livello nazionale della più importante Banca
Italiana (1866). Nel 1863 era già Presidente della
Camera di Commercio e dal 1864 è Senatore del Regno
d’Italia.
Alla morte di Vincenzo 1868, il patrimonio venne valutato
oltre 12.000.000 di lire (50 miliardi circa del 1988).
I 4/6 del patrimonio andarono al figlio Ignazio (1838-1891)
e i 2/6 alle due figlie, Angelina sposata De Pace e Giuseppina
sposata Francois Merle (mercante francese).
Florio Ignazio senior, si impegnò a consolidare
e a sviluppare al massimo alcune attività ereditate.
In primo luogo quella armatoriale ed a rivitalizzare quella
tessile e l’industria del pesce conservato. La Società
di Navigazione “Piroscafi Postali” sotto la
guida di Ignazio passò dai 14 piroscafi del 1864
ai 41 del 1877. Nel 1881 nacque la Società di Navigazione
“Navigazione Generale Italia” con sede sociale
a Roma e due sedi compartimentali a Genova e Palermo dirette
rispettivamente da Rubattino e Florio (con 89 piroscafi),
che gestiva linee marittime nazionali e transoceaniche
con Bombay-Calcutta, Montevideo, Buenos Aires, Singapore
e da Napoli per New York.
Le azioni dei Florio nella Società erano più
della metà e quindi ne aveva il pieno controllo.
Nel 1883 Ignazio Florio venne nominato Senatore.
Nel 1885 acquistò i piroscafi della Società
Edilio Raggio e la Compagnia Erasmo Piaggio; praticamente
i Florio erano proprietari di piroscafi per una stazza
di 90.000 tonnellate a fronte delle 118.000 dell’intera
Marina Mercantile Italiana. L’industria tessile
iniziata dal padre Vincenzo venne ripresa e rafforzata
da Ignazio con la Società “Tessoria I. Florio
e C.” con il socio Antonio Morvillo.
Potenziò la “Oretea” e nelle sue officine
si costruiva di tutto, ferri da stiro, mulini, macchine
idrauliche, torchi e uscivano pure le macchine da 250
cavalli per i piroscafi.
Istituì la Società di Mutuo Soccorso “Vincenzo
Florio” con Ignazio Presidente e Crispi socio onorario.
Una Cassa di mutuo Soccorso “La Provvidente”
che concedeva prestiti al tasso del 6% agli operai.
Nel 1874 acquistò le isole Egadi con le tonnare
di Favignana e Formica che tra il 1878 e il 1888 davano
utili considerevoli che oscillavano dal 4,6% al 20,33%
del capitale investito nell’acquisto. Oltre alla
tonnara vennero costruiti gli stabilimenti Florio e i
magazzini del porto per la lavorazione del tonno, sia
in scatola sott’olio che salato e riforniva i mercati
nazionali ed europei con notevoli introiti. Sempre a Favignana
i Florio costruirono un principesco palazzo, realizzato
da Giuseppe Damiani Almeyda nel 1878, che ospitò
teste coronate e protagonisti della Belle Epoque.
Nel 1884 impiantò a Palermo una fabbrica di Porcellana,
la “Ceramica Florio”.
Florio Ignazio senior nel 1866 sposò Giovanna D’Ondes
Trigona figlia del conte di Gallitano Gioacchino
D’Ondes Reggio e nipote del Capo dei clericali Palermitani
barone Vito D’Ondes Reggio. Ebbero tre figli:
Florio Ignazio junior (1868-1957) sposato alla baronessa
Franca Jacona di S.Giuliano;
Florio Giulia (1870-1947) sposata al principe Pietro Lanza
di Trabia;
Florio Vincenzo (1883-1959) sposato alla principessa Annina
Alliata di Montereale.
Nel 1897 Florio Ignazio junior inaugurava finalmente il
Teatro Massimo; il fratello minore Vincenzo inaugurava
la celebre corsa automobilistica “Targa Florio”
nel 1906.
Ignazio Florio senior lasciò ai due figli maschi
un patrimonio valutato attorno ai 100.000.000 (circa 400
miliardi del 1988); la figlia Giulia sposata nel 1885
aveva avuto una dote di 5.500.000.
2/3 a Ignazio junior – il complesso dell’Olivuzza,
i feudi Bruca e Costa di Pietra, gli immobili e le terre
ai Colli.
1/3 a Vincenzo – il feudo Fellamonica, lo stabilimento
di Marsala e le sue dipendenze, le isole Egadi con le
tonnare, la zolfara Bosco, i beni all’Arenella,
la casa di via Materassi e la Casa di Commercio Ignazio
e Vincenzo Florio.
Ignazio Florio junior amministrò tutto il patrimonio
ereditario dei Florio, (di Ignazio e Vincenzo) ma non
era all’altezza del padre e il patrimonio si dissolse
in pochi anni, incapace di controllare le sue incredibili
spese e una serie di operazioni che si chiusero spesso
in fallimento, grazie anche alle spese pazze della bellissima
moglie Franca, l’impero dei Florio crollò.
Per esempio, il padre Ignazio possedeva un solo yacth
personale, il figlio ne possedeva cinque; la moglie Franca
fino all’ultimo non rinunciava a trascorrere lunghe
e costosissime vacanze in Svizzera. Giravano l’Europa
in lungo e in largo negli alberghi più eleganti
ed esclusivi.
Nel 1914 già le isole Egadi risultavano ipotecate
a ben due diverse società, le insolvenze bancarie
li costrinsero a cedere la “Navigazione Generale
Italia”. Dalla fusione di questa Società
con la Citra nascerà ai primi del 900 la compagnia
Tirrenia. I Florio erano definitivamente fuori; era la
fine e dovettero vendere tutto.
S
E C O N D A P A R T E 
Cenni storici recenti
“Egadi”
significa “favorevole, propizio” forse in
riferimento alla mitezza del clima e alla pescosità
del mare.
L’arcipelago
delle isole Egadi immerse nel caldo splendore del Mediterraneo
più blu, custodi di 12000 anni di storia, a poca
distanza dalla punta estrema occidentale della Sicilia
è composto dalle isole di:
Favignana, la più grande e sede del Comune delle
isole;
Marettimo, la più lontana;
Levanzo, la più piccola;
e gli isolotti di Formica e Maraone.
Secondo alcuni studiosi moderni, il poeta Omero conosceva
molto bene queste coste, molte ambientazioni dell’Odissea
sono simili alle coste del trapanese e delle isole Egadi;
Ulisse, il suo favoloso personaggio potrebbe essere qualificato
come il primo “turista fai da te” delle isole
Egadi.
Levanzo, nomi antichi: - Nel periodo greco-romano si chiamò
Bucinna, poi Phorbantia, poi ancora Gazirat (Al ya Bisah)
cioè Arida dai Saraceni – oggi Levanzo che
secondo la memoria storica degli anziani dell’isola
deriva dal secolare pozzo (oggi inspiegabilmente chiuso)
sito nel lato sinistro (ponente) della spiaggia di cala
dogana, dove si affaccia il paese e dal quale gli abitanti
usavano attingere l’acqua per uso potabile e domestico,
e per abbeverare gli animali; nel 1901 per opera della
Amministrazione Florio, padroni enfiteutici dell’isola,
venne scavato e costruito dalla parte di tramontana di
tale pozzo, a pochi metri, un altro pozzo più riservato,
del primo, dalla infiltrazione di acqua di mare, collocandovi
una pompa a mano per rendere l’acqua più
pulita e più potabile, perché più
distante anche dalle mareggiate (anche questo oggi chiuso);
in seguito questa pompa si guastò e si ricorse
ad attingere l’acqua con secchielli propri a mano
da parte degli abitanti, rendendo l’acqua facile
a probabile inquinamento; -(una premessa sull’acqua:
- la roccia delle Egadi come già detto è
prevalentemente calcarea per cui le acque non scorrono
in superficie ma penetrano in profondità; è
questa la ragione per cui alla scarsezza di acque superficiali
si unisce l’abbondanza di pozzi ricchi di ottime
acque potabili)- e che fino alla data del 1947 circa,
col sistema d’una leva composta da un albero perpendicolare
e di una antenna situata alla estremità di questo
con più della metà dalla parte di dietro
per formarne un contrappeso e meno della metà in
avanti dove all’estremità veniva sostenuto,
a mezzo di una fune, un secchio di legno per portare su
l’acqua. Da questo sistema di LEVA IN SU venne
chiamata l’isola, Levanzo.
Levanzo, dista da Trapani, estrema punta della costa Siciliana,
circa 15 Km.. Uno scoglio roccioso granitico di massiccia
formazione calcarea di circa 5 Km. di lunghezza (nord-sud)
e di circa 2 Km. di larghezza (est-ovest), altezza massima
nel Pizzo del Monaco mt. 278.
Nell’insenatura di Cala Dogana si trova il piccolo
villaggio di case chiare quieto e sognante, agglomerato
sulla costa meridionale e sull’unico piccolo porticciolo
per poche barche, e scalo per aliscafi e traghetti, completamente
aperto ai quadranti meridionali. A Levanzo le case iniziarono
circa nel 1700.
Un mare, tra i pochi incontaminati del Mediterraneo con
un’infinita e quasi magica tavolozza di colori,
sfumature e macchie di sabbia e di alghe (posidonia –
cymodocea nodosa e caulerpa prolifera), la posidonia vegeta
in questi fondali in maniera particolarmente rigogliosa
ed il suo stato salutare di vegetazione si riflette positivamente
anche nell’abbondante fauna che
alligna sulle sue foglie e tra le sue foglie come gli
esemplari di epibionte tricolia speciosa (mollusca gastropoda)
lissopecten hialinus (mollusca bivalvia) pinna rudis (mollusca
bivalvia), un mare che annovera presenze di tutto prestigio,
come la tartaruga caretta caretta, scogli di ogni tipo.
Tramonti tra i più belli e spettacolari del mondo,
incantevole per la sua buona, finissima e salutare aria
che vi si respira, (tanto è che hanno ridato la
salute a p arecchi
infermi); ricca di prati e cespugli di un’intensa
vegetazione aromatica. L’atmosfera serena di Levanzo
e la grande umanità della sua gente hanno già
sedotto più di una persona, facendo così
diventare questa isola, una delle mete preferite dei turisti
di tutta Italia, d’Europa e oltre.
È’ un canto magico quello che si leva da
questa terra, come il canto delle sirene che ammaliava
gli uomini di Ulisse.
Chi viene a soggiornare a Levanzo, oltre al mare è
bene non perda l’occasione per fare anche interessanti
passeggiate lungo caratteristiche mulattiere sentieri
interpoderali e/o intervicinali e particolari sentieri
pedonali, curati dal Demanio Forestale che con appositi
e fruttuosi cantieri lavoro, cura anche le piccole pinete
dell’isola (Pini d’Aleppo), (rimboschimento
effettuato da una Società privata negli anni 60
e vendute al Demanio Forestale da pochi anni), sparse
un po’ dappertutto e si interessa della manutenzione
e dell’ambiente; interventi mirabili che sicuramente
sarebbe auspicabile che fossero incentivati e ampliati.
Iniziamo la nostra passeggiata: dal lato di levante, incontriamo
Cala Fredda, una caletta con piccola spiaggia di ciottoli
riparata dai venti del nord a pochi passi dal paese e
punto di ancoraggio per piccole navi di passaggio. Salendo
per pochi metri, sull’altopiano incontriamo la “Villa
Florio”
costruita dai Florio nel 1890, un agglomerato di case
coloniche e stanze rifugio per gli animali domestici con
la posizione dominante di un ricco palazzotto con annessi
servizi, sede di spor adici
passaggi della famiglia dei Florio, che di questa isola
erano i proprietari enfiteutici, e sostenevano una fiorente
attività agricola con vigneti, masseria, stalle,
animali, cantine grandi e molto capienti (ci sono delle
botti di rovere enormi costruite, allora, direttamente
in loco), per depositarvi l’eccellente vino prodotto
dal locale vigneto (circa 60000 viti), che davano molti
frutti alla proprietà e molto lavoro agli abitanti
di questa isola. Oggi questa proprietà, passata
dai Florio ai Parodi di Genova (imprenditori) nel 1937
e da pochi anni rivenduta ad imprenditori di Trapani,
è desolatamente abbandonata. Su un punto della
collina più in alto ancora esistono ed in discreto
stato di conservazione le vestigia di una secolare torre
(Torre Saracena) che serviva da avvistamento per le varie
incursioni dei nemici che provenivano dal mare. Sotto
la torre, scendendo verso il mare, vi si trova un’altra
caletta Cala Minnola
con una bellissima pineta molto curata e una piccolissima
spiaggia e uno scivolo in cemento per accedere agevolmente
al mare, punto ottimale per fare i bagni in qualsiasi
periodo perché è molto riparata ed il mare
è quasi sempre calmo con qualsiasi tempo; a poca
distanza dalla spiaggia vi si trovano delle vasche (circa
8)
di cui si fa menzione nella memoria storica di abitanti
anziani di Levanzo che nel 1948/49 ne scoprirono l’esistenza,
senza darsene una spiegazione per cosa servissero; queste
vasche di circa 2 metri per 2 metri sono state costruite
con mattoni pesti e con miscela di carbonella ed ancora
si conservano in discreto stato di resistenza; quasi tutte
sono piene di detriti vari e rischiano di essere danneggiate
seriamente. Dopo diversi anni verso il 1977 qualche turista
si accorse di queste vasche e dalla sua curiosità
si scoprì che esse risalivano sicuramente al periodo
dei romani (circa 200 a.c.), i quali se ne servivano per
fare il “Garum”, una salsa dal sapore molto
simile alla salsa di acciughe. Il garum era molto diffuso
nella cucina romana; alimento prelibato per i pompeiani,
secondo Plinio aveva il colore del miele ed era talmente
buono che lo si poteva bere a bicchierini. In queste vasche
venivano messe erbe aromatiche (timo, finocchio, salvia,
menta piperita, origano, sale ecc.) e pesci sani, se piccoli,
o a pezzetti, se grossi, (acciughe, sardine, pezzi di
tonno ecc.), il tutto veniva coperto con un coperchio
di legno o di sughero e ogni tanto rimescolato dopo circa
2 mesi era pronto, ed a questo punto era necessario pigiarlo
fortemente e raccoglierne il liquido in un recipiente
e con esso condirne le pietanze. Il migliore garum veniva
prodotto nelle coste meridionali della Spagna, nelle coste
africane del nord e dell’atlantico, e veniva trasportato
da un lato all’altro dell’impero Romano con
apposite anfore (tipologia delle anfore: Iberica, assimilabile
alla “dressel 8”,
caratterizzava questa forma l’attacco dell’ansa
“a orecchio” e semplici scanalature nella
parte frontale della ansa stessa).
Il garum si produce tutt’ora in Estremo Oriente
(giapponesi e indocinesi) e se ne fa uso anche nelle grandi
città europee; si vende in bottiglie da un litro
che durano parecchio tempo, perché la quantità
necessaria è molto limitata.
Continuando verso nord incontriamo una insenatura Cala
Nucidda e un’altra piccola cala, Cala Calcara,
dove
non ci sono spiagge ma scogli più o meno levigati
dal mare e dei bellissimi fondali, dove si può
fare il bagno e prendere il sole in discreta privacy.
Da cala calcara c’è un sentiero che ci riporta
sull’altopiano e incrociamo una strada sterrata,
carrozzabile per fuoristrada, che ci conduce con una bella
passeggiata ecologica verso nord, incontriamo e oltrepassiamo
alcune case coloniche ristrutturate e riadattate per piccoli
insediamenti abitativi stagionali e dopo un paio di kilometri
troviamo all’estrema punta dell’isola un piccolo
agglomerato di case che fanno da cornice ad una torre
cilindrica, bianca costruita su una base solida e robusta
che contrasta con la luminosa e delicata trasparenza della
sommità, è il FARO, (il Faro di Capo Grosso
di Levanzo).
Il
Faro 
La luce del Faro roteando
con cadenza ritmata dà ai naviganti guida, conforto,
ausilio. Il Faro primitivo era quasi sicuramente niente
altro che un falò fiammeggiante sull’alto
di una roccia; il più antico intorno al 650 a.c.
sorgeva sul promontorio di Sigeo nella Triade ed è
provato che era un grosso braciere; più tardi i
fuochi furono accesi in cima a delle torri.
Il Faro di Torre Timea sul Bosforo è il primo di
cui si faccia menzione nella storia, ma il più
celebre è quello di Alessandria d’Egitto,
la cui costruzione fu iniziata da Tolomeo I° (305-283
a.c.) e terminata sotto Tolomeo II° (285-246) disegnato
e realizzato da Sostrato di Cnido; situato alle foci del
Nilo, nell’isola Pharos (Faro), così chiamati
da questo momento in poi.
In Italia, il Re Vittorio Emanuele III° il 12-05-1868
istituì con decreto la 1^ Commissione dei Porti,
Spiagge e Fari che nel 1881 compilò il primo programma
organico relativo all’illuminazione delle coste,
(il primo elenco completo dei Fari Italiani fu pubblicato
a Genova nel 1876), la prima legge che disciplina questa
materia è la n. 3095 del 2-04-1885. Dopo la fine
della 2^ Guerra Mondiale, alcuni fari risultarono distrutti
o danneggiati e si dovette proseguire ad una ristrutturazione
degli stessi; lavoro che fu completato entro il 1965.
Anche il Faro di Capo Grosso di Levanzo,
costruito nel 1858, seppure non danneggiato da eventi
bellici fu ristrutturato. Per l’illuminazione delle
coste sono stati impiegati prima olio vegetale, poi olio
minerale, paraffina che è un derivato del petrolio,
l’arco voltaico, i gas compressi (gas da idrocarburi)
l’acetilene, petrolio, l’incandescenza elettrica
a filamento, (oggi ci sono le lampade alogene, a scariche
di xeno, a vapore di mercurio con potenza di migliaia
di watt. Il Faro di Capo Grosso è costituito da
un’ottica rotante, con più pannelli ottici,
lenti di Augustin Frasnel costituiti da una lente centrale
e da prismi anulari con elementi diottrici e catadiottrici
di cupola e di falda che evitano la dispersione della
luce, rinviandola verso il centro, la rotazione avviene
su dei cuscinetti attorno alla sorgente a luce fissa,
regolata da un sistema meccanico di ingranaggi azionato
da un peso motore che scende lungo la torre del Faro;
l’altezza
del punto luce è di metri 68,5 dal livello del
mare, la portata nominale della luce è di 34 miglia,
la portata geografica è di 21 miglia, è
visibile da 32° a 331°, il numero nazionale del
Faro è – 3124, il numero internazionale è
– E 1962. Oggi gli antichi apparati sono stati sostituiti
da impianti automatizzati e l’evoluzione tecnologica
con l’introduzione di moderni sistemi satellitari
ha determinato l’allontanamento della figura professionale
veramente caratteristica del “Guardiano del Faro”.
Riprendiamo la passeggiata e ritornando verso sud dal
lato occidentale (ponente) incontriamo la più vasta
insenatura dell’isola Cala Tramontana , aperta ai
venti del quadrante nord, bellissima, accessibile da un
piccolo sentiero che ci porta fino al mare, dove troviamo
una piccola spiaggia di ciottoli, lo spettacolo è
di una incommensurabile bellezza, gli scogli, il mare,
la montagna intorno con diverse grotte e con luci ed ombre,
e colori che non si possono dipingere, troppo belli solo
a vedersi dal vivo, non si possono fermare ed immortalare
in una tela.
Abbiamo fatto già un bel po’ di strada e
continuando ci imbattiamo in alcune piccole grotte non
molto interessanti e poco accessibili, in cui si sono
trovati i resti di conchiglie lusitane o ferruginose e
di qualche stalattite e stalagmite formatesi nel tempo
e che alcuni vandali hanno danneggiato e spogliato delle
loro decorazioni naturali, raccogliendo qualche pezzetto
di stalattite come cimelio, distruggendo così in
pochi attimi quello che la natura ha creato con fatica
in migliaia di anni, in alcune di esse si è trovato
pure qualche scheggia di “selce” (biossido
di silice), una pietra dura, simile a pietra focaia, che
spezzata in schegge, è molto tagliente e serviva
per fare punte di lance, pugnali ecc.
La
Grotta del Genovese (Preistoria) 
Risaliamo
sull’altopiano, superiamo la Punta dei Sorci e incontriamo
la Cala del Genovese, un nome inusitato per un’isola
di questo arcipelago e allora proviamo a darne presumibile
e veritiera spiegazione: - nel 1283, col pretesto di far
guerra ai Pisani due navi genovesi pirateggiarono e nascosero
il loro bottino fra le isole Egadi. Re Pietro ne scrisse
al Comune di Genova, chiedendo anche di fare restituire
al proprietario una nave che i pirati avevano nascosto
fra le isole, con il relativo carico, proprio in questa
cala. Da ciò il nome, “Cala del genovese”
come ricordato da documenti siciliani e dagli annali di
Genova dell’Auria. I pirati che comandavano le due
navi erano: Manuele Curlaspitum di Savona e Bommeliorem
di Arenzano. Anche negli anni successivi Genova potente
città marinara, ebbe rapporti commerciali intensissimi
con i Paesi del Medio Oriente e del Nord-Africa; le Isole
Egadi erano proprio sulla rotta delle navi genovesi e
servirono come punto di appoggio e di riposo per questi
lunghi viaggi. In questa cala troviamo e scopriamo la
Grotta del Genovese che appunto prende il nome dall’omonima
cala, il vero gioiello nascosto di Levanzo. Essa si trova
ad una altezza dal mare di circa 33 metri ed è
composta da una camera anteriore illuminata dalla luce
del giorno e una camera interna, a cui si accede attraverso
uno stretto cunicolo di pochi metri, la grotta è
molto ampia e vi si trova il complesso delle pitture parietali
e il verismo delle belle incisioni. Il tutto forma un
singolare monumento d’arte primitiva che è
un fatto certamente eccezionale per la presenza in una
stessa grotta di figure incise e dipinte dovute a genti
tanto lontane tra loro nel tempo, circa 5000 anni, e così
diverse come civiltà.
La grotta fu scoperta per caso dalla Sig.na Franca Minellono
di Firenze, pittrice, nell’autunno del 1949 e poi
sottoposta a scavi e ricerche protrattesi fino al 1952-53
dal prof. Paolo Graziosi dell’Istituto di Paletnologia
di Firenze e dalla sua assistente dott.sa Alda Micheli
assieme alla sig.ra Jole Bovio Marconi della Soprintendenza
alle Antichità di Palermo. La grotta del genovese
contiene tesori di delicatissime e raffinatissime rappresentazioni
di figure animali accanto a qualche figura umana molto
schematizzata. Un primo ciclo di età Paleolitica
circa 34 figure
incise sulla roccia con grazia squisita dal tratto
delicato ma estremamente realistico, incisi con palpitante
senso della realtà, con tratto deciso e continuo
che fa risaltare con evidenza l’anatomia dell’animale,
di straordinaria eleganza e bellezza, rappresentano chiaramente
cervi, dolci cerbiatti, felini, tori, vacche, asini selvatici
e altro. Le prime del genere rinvenute in Italia e che
costituiscono il complesso di figure parietali preistoriche
più interessanti del nostro paese; e un secondo
ciclo di età Neolitico di circa 81 figure
dipinte in nero
e una sola dipinta in rosso, raffiguranti animali, idoli,
figure umane (la donna a violino), disegni di armi (pugnali)
e altro.
Dopo si sono scoperte quelle nella grotta dell’Addaura
e di Niscemi sul Monte Pellegrino ed a Romito presso Papasidero
in Calabria.
Dagli scavi fatti si sono raccolti diversi reperti che
sono stati trasferiti presso la Soprintendenza dei Beni
Culturali di Palermo e di Firenze; un frammento di pietra
incisa con la figura di un bue è stato sottoposto
all’analisi del C.14 (carbonio 14) dal prof. Tongiorgi
Ezio presso il suo laboratorio di Pisa ed ha dato questo
risultato: le incisioni risalgono al Paleolitico superiore
datato a 9694 anna fa dalla data 1950 con una approssimazione
di più o meno 110 anni, quindi da oggi 2003 circa
9800 anni fa.
Il Paleolitico – è il primo periodo dell’età
della pietra, anteriore al Neolitico, l’uomo pescatore
e cacciatore viveva in caverne o spelonche coperto di
pelli di animali, lo caratterizzavano alcuni manufatti
in pietra scheggiata, nei quali già spicca un senso
geometrico, simmetrico, proporzionato; vi mancano avanzi
di animali domestici.
Le figure parietali dipinte risalgono sicuramente al periodo
Neolitico e sono datate a 4770 anni fa dalla data 1950
con una approssimazione di più o meno 100 anni,
quindi da oggi 2003 circa 4750 anni fa. Bisogna fare una
premessa: la definizione sicuramente, è dovuta
al fatto che i reperti dipinti trovati con gli scavi,
sono del periodo neo-eneolitico e praticamente non facilmente
raffrontabili con quelli dipinti sulla parete. Mentre
per le incisioni è stato facile essere certi della
data, perché la figura incisa del bue è
dello stesso e unico periodo delle incisioni parietali.
Per maggiore chiarezza, il periodo Neolitico va da 6000
a 2500 anni circa a.c. e il periodo Eneolitico da 2500
a 1800 anni circa a.c..
Il Neolitico è il secondo periodo dell’età
della pietra, anteriore all’Eneolitico e posteriore
al Paleolitico, caratterizzato da lavori in pietra levigata
e da avanzi di animali domestici.
Questa grotta con questi tesori che hanno il valore di
autentiche grandi opere d’arte danno lustro a questa
isola di Levanzo e nel complessivo a tutto l’arcipelago
delle Egadi. Uscendo dalla grotta ci lasciamo alle spalle
l’arcaico (primitivo) e ci immergiamo nel moderno.
Andando verso il paese di Levanzo incontriamo qualche
casa colonica su un altopiano, abbandonate e alcune piccole
pinete in contrada Pietre Varate, prendiamo il sentiero
che ci porta scendendo
verso il mare, dove troviamo una caletta piccolissima
con un piccolo ponticello sospeso sul mare, molto caratteristico,
questo posto chiamato oggi “Il buco”
è molto frequentato durante la stagione balneare
perché gli scogli a terra sono abbastanza levigati
dal mare e quindi ci si può comodamente distendere
per abbronzarsi. Riprendiamo il sentiero ed arriviamo
al Faraglione, un magnifico grosso scoglio
staccato dall’isola da un istmo di pochi metri di
distanza, con una profondità che in alcuni punti
non supera i due metri e con una bellissima spiaggia di
ciottoli pulitissimi e bianchissimi; camminando incontriamo
ancora un’altra grotta (la grotta Grande) storicamente
non interessante ed arriviamo a Cala Dogana da dove siamo
partiti.
Flora e Fauna 
Questa isola molto
arida, riesce in ogni caso a mantenere una vegetazione
folta e rigogliosa di macchia mediterranea, dai densi
ciuffi di euforbia che si alternano all’erica multiflora,
alla svettante agave, alla gariga, alla mandragora dai
fiori bianco-violacei, accanto ai fichidindia e ai teneri
arbusti di capperi.
Alcune piante, poche, sono endemiche, come l’allium
aethusanum, allium ampeloprasum, anthemis maritima, brassica
macrocarpa, brassica villosa, bupleurum dianthifolium,
daucus carota, euphorbia papillaris e dendroides, helichrysum
rupestre, iberis sempreflorens, limonium aegusae, limonium
minutifolium, matthiola rupestris, satureja hortensis,
scilla autunnalis, senecio cineraria, seseli bocconi guss,
con un’infinità anche di piante medicinali.
Troviamo
anche licheni
e certe pianticelle alte solo due centimetri che crescono
nelle pieghe della roccia in pochi grammi di terra come
la pinocchina a stella e la filaggine producendo fiori
mirabili; la carnosa fioritura del mesembryanthemum, a
lunghi festoni che coprono il tufo, la sabbia e la roccia;
è possibile incontrare l’erba ghiacciolo
veramente un capolavoro del creato, e troviamo anche il
più modesto cocomero asinino (che però vanta
un segreto di sparo dei propri semi mediante propulsione
idraulica a reazione).
Oltre a queste, non è possibile riportarle tutte,
ne riporterò una parte, quelle più presenti:
aristolochia navicularis, asparagus acutifolius (asparago),
calendula maritima, capparis spinosa (cappero),
carduus corymbosus
(cardo spinoso), ceratonia siliqua (carrubo), cichorum
(cicoria), crataegus monogyna (biancospino), crocus longiflorus
(zafferano a fiore lungo), cyclamen hederifolium (ciclamino),
daphne sericea, dianthus rupicola (garofano di
roccia), erica multiflora (erica),
erodium maritimum, ferula communis (fella),
foeniculum vulgare (finocchio selvatico), globularia alypum
(erba dei prati), lagurus ovatus, lonicera (caprifoglio),
matricaria chamomilla (camomilla), myrtus communis (mirto),
narcissus tazetta (narciso), olea europea
sylvestris (oleastro), opunzia ficus indica (ficodindia),
orchis (orchidea selvatica), pistacia lentiscus (lentisco),
quercus coccifera (quercia spinosa), quercus ilex (leccio),
rosmarinus officinalis (rosmarino), ruta chalepensis (ruta),
scabiosa limonifolia, valerianella (periciocca), thymus
vulgaris (timo) tempestato di minuscoli fiori rosa, ed
altre ancora circa 460 specie diverse.
Anche la fauna è molto varia sia essa stanziale
o di passa: 
la lucertola, la biscia nera (innocua), il geco comune,
il geco verrucoso, il coniglio selvatico, il passero,
il cardellino, la pispoletta, il canapino pallido orientale,
l’allodola, il pettirosso, la rondine, il francolino,
l’assiolo, il merlo, il tordo, lo stornello, la
quaglia, la tortora, la beccaccia, il beccaccino, il croccolone,
il colombaccio, il martin pescatore, l’upupa, il
barbagianni, il falco pellegrino, il gheppio, la poiana,
il capovaccaio,
il corvo imperiale, l’aquila del Bonelli, il
cavaliere d’Italia, gli uccelli marini procellariformi,
l’uccello delle tempeste, la berta minore, la berta
maggiore,
il gabbiano reale mediterraneo, il cormorano, il cormorano
bianco, l’airone grigio, l’airone bianco,
ecc. ecc..
La maggioranza del patrimonio ornitico delle Egadi è
dovuta alle molteplici presenze migratorie, tramite le
rotte migratorie da o per il Nord Africa con il “ponte
naturale” proprio delle Egadi.
Il paese di Levanzo 
Levanzo paese, come
abbiamo già detto è a Cala Dogana, anticamente
gli abitanti stavano nelle grotte di cui questa caletta
era molto ben provvista e di cui ancora qualcuna esiste;
quasi tutte sono scomparse perché con il progredire
della società esse sono state prima affiancate
e poi sostituite da qualche stanza costruita in tufi "cantuna"
importati dalla vicina isola di Favignana, e alcune anche
in pietra locale costruita a secco con abilità
artigianale locale di alta ingegneria (pur essendo molti
artigiani anziani di ieri anche analfabeti) e di cui ancora
esistono e resistono alcune costruzioni. Le prime case
a Levanzo furono costruite nel 1700.
Durante gli scavi fatti per le fondazioni e costruzione
dell'attuale paese, a memoria storica degli abitanti anziani
del paese si ricorda che sono state trovate diverse sepolture
di primitivi abitanti dell'isola e dall'evidenza degli
scheletri indicavano che quella gente era quasi tutta
alta e robusta; forse degli antichi saraceni o spagnoli.
Ancora nel 1700 a Levanzo non esisteva una Chiesa e i
pochi abitanti che vi avevano stabilito la propria dimora,
erano sotto la dipendenza spirituale del primo Regio Cappellano
Curato della Real Chiesa Parrocchiale del Castello di
S. Giacomo in Favignana; quando poi nel 1704 fu eretta
in Favignana la Baronale Madrice, essi abitanti di Levanzo
dì propria loro volontà si sottoposero alla
dipendenza del nuovo Arciprete, perché considerati
nell'ambito Parrocchiale dell'isola di Favignana. Nel
1844 il Re Ferdinando II° a proprie spese destinò
a Levanzo un Cappellano, ed il Barone Pallavicino cedette
uno dei suoi magazzini nella pianura di Levanzo, accanto
alla sua casa Baronale, percependo l'affitto dal Governo;
e primo Cappellano in qualità di Vicario in divinis
dell'Arciprete Baronale, fu un certo Romeo frate e maestro
Carmelitano; costui dedicò la Chiesa a Maria SS.
di Trapani.
Nell'anno 1882 era Cappellano di Levanzo un certo D. Francesco
Vaccaio da Burgio, Sua Ecc. Ill.ma e Rev.ma Dott. Giambattista
Buongiorno, vescovo della Diocesi di Trapani, in occasione
di una sua Sacra Visita, propose la costruzione di una
nuova Chiesa in mezzo all'abitato. Il Sig. Amministratore
Commendatore Cav. Gaetano Caruso del Condominio Ignazio
Vincenzo Florio concesse gratuitamente il terreno bastevole
per uso di Chiesa che venne costruita con il concorso
della Curia Vescovile Diocesana.
Ultimati i lavori dell’Amministrazione Commendatore
Florio nel 1883 venne aperta al servizio del Divin Culto,
e ad ordine di delegata giurisdizione di Sua Ecc. Ill.ma
e Rev.ma Monsignor Vescovo Dott. D. Francesco Ragusa,
fu benedetta da Padre Mario Zinnanti, primo Regio Cappellano
Curato e Rettore della Real Chiesa Parrocchiale Curata
dell'Isola di Marettimo, allora in Favignana il giorno
8 del mese di Febbraio dell’anno 1883, la quinta
feria dopo le ceneri, giorno dedicato nel calendario Diocesano
a S.Giovanni De Matha.
Continuando negli scavi si sono trovate tracce di costruzione
di tegole e terracotta, segno che allora si lavorava l'argilla
locale e si esportava, e lo stesso dicasi per la calce,
dato che, in diversi punti dell'isola, si sono trovati
segni di antiche fornaci a legna; e dato che nell'isola
non esìstevano costruzioni in muratura con calce,
è evidente che anche quella calce veniva esportata.
Al centro dell’abitato del paese in continuità
delle poche case allora esistenti nel 1908 il sig. Burgarella
Gaspare fu Comm.re Agostino da Trapani venne a costruirvi
una bella e comoda villa, in posizione
molto arieggiata, che venne ad abitare con la propria
famiglia nei 1911 e passare la villeggiatura ogni anno
per molti mesi, perché molto affezionato all'isola,
dove volle anche morire, nella quieta dimora all'età
di circa 83 anni, il 14-11-1948, e fu seppellito nel cimitero
locale che egli stesso aveva fatto costruire a proprie
spese a scopo di beneficenza per la popolazione locale.
Levanzo è un piccolo villaggio a ridosso di un
altopiano, c'è chi ci abita da sempre e chi è
capitato per caso o per curiosità turistica, e
ha finito per divenire cittadino dell'isola, dimentico
tutto o in parte della sua precedente vita, lasciandosi
alle spalle il frastuono delle città, lo smog,
gli affari e le preoccupazioni; i “locali”
sono ospitali, curiosi, aperti e lontani nello stesso
tempo, amabilissimi se non ti presenti con la tracotanza
del "cittadino civilizzato", chiusi con chi
non è gradito. Certo la società consumistica
oggi è arrivata pure qui con i suoi egoismi e i
suoi limiti, ma ancora, e speriamo per tanto tempo a venire,
tra questi scogli si sente in modo tangibile quello spirito
di solidarietà che anima le piccole comunità.
E' auspicabile che ogni iniziativa intrapresa in questa
isola tenda a valorizzare e migliorare quanto già
esistente e non mai a distruggere ciò che è
il frutto del lavoro e dei sacrifici di tante generazioni
che hanno dato l'anima e sono e sono state l'anima di
questa isola di Levanzo.
Nei primi sessanta anni del 1900 nell’isola si coltivava
frumento, orzo, pomodori, limoni, frutta, vite, ortaggi,
mandorle, miele e ottimi formaggi prodotti con il latte
del bestiame allevato nell'isola; praticamente era autosufficiente
e si riusciva pure ad esportare una piccola parte di questi
generi alimentari, oggi le risorse di questa isola, che
come tante altre ha abbandonato la pesca e l'agricoltura
in modo intensivo perché non più remunerative
sono concentrate tutte sul turismo, favorendo la crescita
di piccole strutture ricettive e insediamenti stagionali.
Il vero incremento turistico iniziò nel giugno
del 1962 quando vennero messi in linea nelle isole Egadi
mezzi ultramoderni e molto sofisticati, "gli Aliscafi".
L'emigrazione per lavoro e per lo studio è forte,
anche se in loco la scuola dell'obbligo è assicurata,
ma per proseguire bisogna andare altrove; in inverno la
popolazione reale si assottiglia di molto e Levanzo offre
ai pochi visitatori la sua natura semplice e selvaggia,
il suo salutare silenzio, le sue antiche tradizioni; in
primavera ed in estate l'isola si anima di una moltitudine
di turisti che in ogni caso non creano confusione, in
quanto la ricettività è limitata e sicuramente
a misura dell'isola, due piccole pensioni, di circa 40
posti letto ciascuna, e qualche stanza con posti letto
presso famiglie di pescatori; nell'isola non ci sono campeggi
ed è severamente proibito il campeggio libero.
L’approvvigionamento di acque potabili è
assicurato da navi cisterna e da una condotta sottomarina
tra le isole di Favignana e Levanzo. L’energia elettrica
è assicurata da una centrale diesel elettrica,
della società I.C.E.L. s.r.l. con gruppi elettrogeni
che danno una potenza complessiva bastevole per i consumi
della utenza isolana. Per usi domestici si impiega gas
in bombole. Il servizio di smaltimento rifiuti è
assicurato da un servizio giornaliero di raccolta e compattazione
sull’isola e trasporto presso l’apposito centro
di trattamento di Trapani, via mare. Per quanto riguarda
la rete fognante attualmente esiste un certo numero di
piccoli scarichi a mare. La nuova rete fognante è
stata realizzata da circa tre anni, ma andrà in
funzione solo dopo che sarà realizzato anche l’impianto
di depurazione finale (possibilmente entro tre anni) che
dovrebbe comprendere un trattamento primario e biologico
con scarico finale di acque pulite a mare.
Levanzo con il suo mare, purissimo, verde smeraldo e i
suoi interessanti graffiti preistorici si offre per un
intimo colloquio con la natura, un invito alla meditazione
e al riposo.
A Levanzo non serve l’automobile, se non per trasporto
di materiale edilizio e di altro genere, non esistono
sportelli bancari, ma solo uno sportello postale, troviamo
due ristoranti a conduzione familiare, due bar-pasticceria
con terrazza sul mare, una bottega di generi alimentari,
è possibile ricaricare le bombole per sub, è
possibile visitare la grotta preistorica di Cala Genovese
tutto l’anno con visite-guidate dal custode che
ne detiene le chiavi ed è anche il proprietario,
una guardia medica per pronto soccorso permanente, due
agenzie marittime per i mezzi di trasporto (aliscafi e
traghetti) gestiti da due diverse Compagnie di Navigazione
che tengono conto delle esigenze dell’uomo moderno;
in aereo per raggiungere Levanzo bisogna fare scalo a
Palermo aeroporto di Punta Rais “Falcone Borsellino”
o a Trapani aeroporto di Birgi “Vincenzo Florio”
e poi raggiungere il porto di Trapani con taxi-navetta
di diverse ditte a prezzi modici.
Attualmente Levanzo ed il suo mare fa parte della “Riserva
Marina delle Isole Egadi” istituita nell’anno
1991, Ente gestore è il Comune di Favignana, oggi
A.M.P. (Area Marina Protetta isole Egadi)
suddivisa in quattro zone: zona A di riserva integrale
(1067 ettari), zona B di riserva generale (2865 ettari),
zona C di riserva parziale (21962 ettari), zona D di riserva
generale di protezione (28098 ettari), per un totale di
53992 ettari, attualmente la riserva più vasta
tra quelle istituite.
Per quanto riguarda l’aspetto terrestre Levanzo
fa parte del P.T.P. “Piano Territoriale Paesaggistico
delle Isole Egadi”, anche questo suddiviso in aree
geografiche con diversa tipologia ambientale dove sono
consentiti o vietati interventi che stabiliscono la immodificabilità
dei suoli o lo sfruttamento parziale o totale di essi.
Una cosa che accomuna tutte e due le riserve è
il rispetto assoluto verso l’ambiente e tutte le
risorse marine e terrestri in simbiosi con la presenza
dell’uomo, e quindi il rispetto anche per l’uomo
che deve pur vivere e progredire con il suo lavoro e le
sue esigenze abitative moderne.
Tutto ciò nel presente e futuro prossimo se adeguatamente
rispettato e sfruttato può e sicuramente sarà
una fonte di lavoro certo per la forza lavoro presente
e per le generazioni future.
Questo è l’auspicio mio che sono levanzaro
(così si chiamano gli abitanti di Levanzo) da diverse
generazioni.
I miei antenati e quelli dei miei coetanei compaesani
sono e sono stati la vera anima di Levanzo, che hanno
fatto di tutto per permettere che questo gioiello di isola
mediterranea arrivasse ai nostri giorni così come
è:
bella, invitante, accogliente, incontaminata, piccolo
e delizioso mondo sereno.
Levanzo,
10-Aprile-2004 
Li Volsi Giuseppe
(Uccio)
dall’isola di
L E V A N Z O
Arcipelago delle Egadi - Comune di Favignana
Provincia di Trapani - Regione Sicilia
Italia - Europa
_________________________________________________________
B I B L I O G R A F
I A 
Graziosi Paolo –
Le pitture e i graffiti preistorici dell’isola di
Levanzo – Spinelli Firenze 1950
Graziosi Paolo – Levanzo, pitture e incisioni –
Sansoni Firenze 1962
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Chiesi Gustavo – La Sicilia illustrata – Vito
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- Mondadori Milano Luglio 1993
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- Musumeci Milano luglio/agosto 1989
Roccuzzo Toto – Latitudine Sud (Egadi) – Gente
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Dizionario Enciclopedico Italiano – Il nuovissimo
Melzi – Antonio Vallardi Editore
Bibliografia floristica siciliana – Elenco delle
specie della flora Sicula
Ministero dell’Ambiente – “Progetto
Isole” – Ricerca, studi, indagini e rilevamenti
finalizzato
ad iniziative urgenti in materia di tutela ambientale
– Settembre 1988 
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