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In questa sezione potrete scoprire la storia affascinante e tutti i segreti di questa isola. Tutto quello che avreste voluto sapere lo trovate qui.

Prefazione
Dalle origini alla formazione...
Dall'Odissea di Omero...ai Saraceni
Dai Normanni...ai Pallavicino
I Florio...e la Tonnara
Cenni storici recenti
Il Faro
La grotta del genovese
(preistoria)
Flora e fauna
Il paese di Levanzo
L'autore
Bibliografia

BUONA VACANZA!!!


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Famosa in tutto il mondo per la sua unica e preziosa GROTTA del GENOVESE, ricca di incisioni e graffiti, dell'era paleolitica e neolitica.
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ESCURSIONI IN BARCA

Dall'll'isola è possibile effettuare gite in barca ed apprezzare in todo la bellezza incontaminata dell'isola stessa. E' possibile anche recarsi nell'intero arcipelago EGADI e passare così intere giornate in mare.

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SERVIZI nell'ISOLA

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LEVANZO STORY di Li Volsi Giuseppe (Uccio)
"levanzaro da diverse generazioni"
 

 

Ricca sezione dedicata a chi vuol saperne di più sulla storia antica e moderna dell'isola.

 



P R E F A Z I O N E

L’isola di Levanzo, per la sua naturale ubicazione terrestre, non ha un filone storico proprio, essa isola, vive e subisce le vicende storiche di tutto l’arcipelago delle isole Egadi; segue le sorti delle alterne vicende delle terre e dei popoli del Mediterraneo, in particolare della Sicilia e delle altre due isole Favignana e Marettimo e per la sua posizione geografica, nella sua storia segue di pari passo quella di Favignana.
I fenomeni economici e storici delle isole Egadi si susseguono in intima connessione con quelli regionali, nazionali e europei.
Questi miei appunti sono il frutto di una ricerca meticolosa degli eventi che in migliaia di anni passati hanno contribuito a costruire un mosaico di tessere storiche che si sono susseguite in questa nostra terra di Levanzo. Le fonti sono varie, attendibili e storicamente controllate: enciclopedie, storici, studiosi, antropologi, giornalisti, memorie storiche di persone viventi e non, usi e costumi tramandati da generazioni ecc..
Le notizie così raccolte e assemblate in questo mio lavoro, sono suddivise in due parti:
la prima interessa l’era primordiale antichissima, la formazione fisica e geologica di Levanzo e dell’arcipelago, gli eventi storici antichi delle popolazioni che si sono, per ragioni fisiologiche, susseguitesi su questo territorio;
la seconda interessa l’era moderna e recente di Levanzo, oggi con i suoi tesori di ieri che offre a tutti, per la conoscenza reale di questa isola.
Il tutto vuole essere un quadro di insieme che racchiude dal nascere a oggi la storia bella e meno bella di questa “mia” isola che amo e che sempre ho amato L E V A N Z O.

P R I M A P A R T E
Dalle origini…la formazione

Le tappe del pianeta Terra abbracciano miliardi di anni, in questo lasso di tempo infinito le isole Egadi, di cui fa parte integrante Levanzo è come se fossero nate adesso, solo da pochi secondi. L’arcipelago delle Egadi è formato dalle isole di Favignana, Marettimo, Levanzo e gli isolotti di Formica e Maraone. La storia antica di queste isole è sconosciuta, qualche fossile ritrovato, fa pensare con un margine di sicurezza reale che le isole Egadi si sono formate circa 600.000 anni fa, quando ancora erano saldate alla Sicilia e questa era ancora unita alla Calabria nel periodo Calabriano o addirittura nel Tirreniano. Esse si presentavano sotto forma di rilievi mesozoici, fasciati più o meno ampiamente da terreni quaternari di emersione recente. I colossali sconvolgimenti tellurici di quel tempo, e l’urtarsi dei continenti alla deriva produssero nuovi corrugamenti montuosi – di tali travagli sono fatte le Egadi – rocce dolomitiche, rocce calcaree e sedimentarie tufacee. Per quanto riguarda Levanzo due sollevamenti corrono paralleli sulla dorsale N/O e S/E, il primo sollevamento termina a Nord con la Punta dei Sorci, il secondo si prolunga più a Nord e finisce a Capo Grosso. Fra l’uno e l’altro capo vi è roccia calcarea a crimoidi del lias medio cristallina marmorea, contenente anche noduli di selce (costa occidentale), il secondo, calcare del lias inferiore rappresentata da calcari dolomitici compatti bianco grigiasti di piattaforma carbonatica con consistenza variabile da quella cristallina a quella farinosa, (costa orientale) mentre la dirupata scogliera orientale nordica è di dolomia triassica.
La formazione dell’arcipelago avvenne in seguito a movimenti di abbassamento e innalzamento delle acque dei quali resta traccia nelle rocce sedimentarie (tufo – roccia sedimentaria piroclastica, formatasi dalla compattazione di ceneri, lapilli e scorie vulcaniche con strati di fossili, nelle alterne vicende di milioni di anni), nella calcarenite e nei fossili rinvenuti sulle isole; per esempio, la presenza come fossile-guida dello strombus-bubonius indicatore di acque calde, e a Levanzo si è trovato qualche esemplare di questi, il conus ermineus, bursa scrobilator, mitra nigra.

In un ipotetico anno intero di vita (365 giorni) del Pianeta Terra che ha la veneranda età di 4.650.000.000 di anni, collocando la sua data di nascita al 1° gennaio, Marettimo formatasi circa 600000 anni fa, nel pleistocene (da 1800000 a 16000 anni fa, in questo periodo il mare si è abbassato e innalzato anche di 140 metri) è isola solo da circa 68 minuti; Levanzo e Favignana formatesi nell’olocene (da 16000 anni fa ad oggi) sono isole da circa 55 secondi. Marettimo è più “isola” delle altre e questa prolungata insularità ne ha fatto una sorta di piccolo esempio di – Galapagos – nostrano.
L’isolamento genetico delle popolazioni che vi rimasero intrappolate ha fatto si che si evolvessero e sopravvivessero rarità flogistiche testimonianza di ambienti vecchi di centinaia di migliaia di anni. Ricca e varia è la fauna marina litorale di tutte le isole Egadi. La notevole varietà di aspetti che la morfologia dei fondali presenta lungo le coste crea infatti habitat favorevoli a un gran numero di specie bentoniche o comunque frequentatrici dell’ambiente litorale.
Le Egadi sono abitate sin dalla preistoria; e qui, il turista può disporsi ad impersonare l’uomo primitivo; intimità con la natura, ritorno all’età preistorica, ed a Levanzo non è molto difficile, basta introdursi nella Grotta del Genovese, la grotta è una porta aperta negli abissi del tempo.
Nel paleolitico Levanzo e Favignana erano unite da uno stretto ponte di terra tra l’attuale Cala Dogana e San Nicola a Favignana, come si riscontra dall’esame delle isobate risulta chiaramente che circa 10000 anni fa il livello del mare era presumibilmente veritiero a meno -33 metri, quindi sia Levanzo che Favignana erano congiunte alla terraferma, piattaforma emersa e Favignana a sua volta con la costa fra Trapani e Marsala cui la profondità non supera i 13 metri.
Dopo gli uomini preistorici vi è un vuoto di cui non si conosce ciò che avvenne. Intorno al 6000 a.c. il mare riprese la sua crescita e Levanzo e Favignana divennero due isole (i primitivi che allora vi abitavano non conoscendo l’arte della navigazione si estinsero) e per circa 3000 anni le uniche voci restarono quelle del vento, del mare, degli uccelli e dei piccoli mammiferi.

Dall’Odissea di Omero…..ai Saraceni

Si ritorna a parlare delle isole Egadi nell’Odissea (libro IX) in cui Omero fa approdare Ulisse nell’isola delle capre, (Aegades o Aegusa) e per i Romani (capraria).
Forse i primi veri abitanti di questa parte della Sicilia furono i Feaci (navigatori) e i Lestrigoni (agricoltori) venuti dall’Epiro.
Verso il 1200 a.c. vennero in Sicilia i Sicani, i Siculi, i Fenici con Ercole Tebano lasciarono una colonia nell’isola di Mozia ed a Favignana (una necropoli è stata scoperta in contrada S. Nicola) e datata circa VIII secolo a.c. e dal ritrovamento di un’ancora ovale e dalla raffigurazione in una grotta di una nave con invocazione fenicia a Samek (iside); del periodo punico, tracce tra Calazza e S.Nicola di due tombe d’età tardo-ellenistica, una intera necropoli ellenistica e iscrizioni fenicio-puniche risalenti al 1° secolo a.c.. I primi Greci che approdarono in Sicilia ed anche nelle isole Egadi furono i Cumani, corsari e ladri di mare.
Nel 415 a.c. gli Ateniesi si affacciano in Sicilia per strapparla ai Cumani con alterne vicende e a questo punto i Siciliani chiedono aiuto ai Cartaginesi, che subito iniziarono l’invasione della Sicilia e probabilmente si insediarono anche a Mozia e Favignana, l’invasione delle truppe cartaginesi avvenne sotto il comando di Annibale Giscone nell’anno IV della 92^ olimpiade, cioè circa l’anno 404 a.c..
Le isole Egadi vengono prepotentemente alla ribalta nell’anno 249 a.c. quando la flotta romana che teneva l’assedio del lilibeo con i consoli C.A. Regolo e L.M. Vulso fu pesantemente sconfitta dalla flotta punica di 50 navi al comando di Annibale; subito dopo negli anni a venire, la flotta cartaginese comandata da Annone accorreva a vele spiegate, proveniente dall’isola di Marettimo verso Trapani per liberare l’esercito di Amilcare Barca e portare i rifornimenti al corpo di spedizione bloccato sul monte Erice, ma in prossimità di Levanzo la flotta fu intercettata dai Romani al comando di Lutazio Catulo che la distrusse completamente, ponendo fine così alla Prima Guerra Punica con la pace del 241 a.c.. Anche nella Seconda Guerra Punica 219-201 a.c. le acque antistanti l’isola di Levanzo e Favignana furono teatro di diverse battaglie.
Da questo momento storico ebbe inizio l’espansione imperiale di Roma.
Alla fine delle guerre puniche circa 200 grandi navi affondarono in queste acque, fu uno scontro epico tra le due flotte più potenti del mondo allora conosciuto.
In tutto questo tratto di mare che si estende dalla costa di Levanzo a Favignana, a Marsala, all’isola di Mozia, a Trapani; tanti sono i reperti archeologici che sono stati ritrovati, recuperati, conservati ed esposti in musei archeologici del luogo: anfore, ancore, pezzi di nave più o meno intatti e ricomposti con certosino lavoro di restauro; altri reperti in epoche passate sono stati trafugati illegalmente e tanti ancora sono li sul fondo del mare a pochi metri di profondità custoditi e visitabili con percorsi subacquei archeologici guidati; e altri ancora da scoprire.
Per tutto il tempo a venire quando Vandali, Bizantini, Arabi, Normanni, Svevi, Angioini, Aragonesi, Turchi, Spagnoli si sostituivano cruentemente nel dominio di queste aree, le Egadi furono famose per il loro valore strategico, situate al centro del bacino del Mediterraneo.
Così finita la dominazione Cartaginese la Sicilia divenne provincia romana e venne oppressa e sfruttata dai pretori romani; i ricordi di questo periodo sono scarsi; c’è qualche traccia a Favignana le vasche di Garum in contrada S. Nicola, a Marettimo dei ruderi nel piano delle Case Romane I° e II° secolo a.c., a Levanzo le vasche di Garum in contrada Cala Minnola.
Caduto l’Impero Romano, le Egadi passarono nelle mani di Genserico, re dei Vandali circa l’anno 440, finchè nel 551 furono cacciati dai Bizantini a loro volta estromessi nell’827 dai Saraceni, arabi musulmani, che dispoticamente governarono la Sicilia. Dei Saraceni ci sono diversi ruderi che ancora esistono: a Favignana in zona Torretta, in zona S.Caterina e in zona S.Leonardo (poi trasformati in castelli); a Levanzo nel Pizzo Torre; a Marettimo a Punta Troia; attorno al 900 d.c..
Da questo momento le isole Egadi condivisero le sorti della Sicilia.

Dai Normanni…..ai Pallavicino

Agli inizi del 1061 i Normanni intendono liberare la Sicilia dal dominio Saraceno e restituirla alla Chiesa di Roma; fra il 1077 e 1090 i Normanni di Ruggero I° riuscirono a liberare dai Saraceni la Sicilia e queste isole, facilitati anche dalle lotte intestine che assillavano i tre emirati arabi: ad Enna (Ibn Al-Awas) a Mazara e Trapani (Abdullah Ibn Haukal) a Catania e Siracusa (Ibn Al-Timnah).
Durante il periodo dei Normanni nel 1120 Ruggero II° con editto regio stabiliva la fortificazione di Favignana trasformando le torri arabe in fortezze e così in Favignana furono costruite le fortezze di S.Caterina, S.Leonardo, S.Giacomo.
Ruggero II° morì nel 1154 (e fu sepolto nella Cattedrale di Palermo assieme alle spoglie della figlia Costanza e del marito di lei lo Svevo Enrico (o Arrigo) VI° e il figlio di entrambi Federico II° Re di Sicilia e del Sacro Romano Impero); alla guida del Regno di Sicilia successe il figlio Guglielmo I° detto il Malo, a cui succedette il figlio Guglielmo II° detto il Buono che divenne re di Sicilia dopo 5 anni di reggenza della madre Margherita di Navarra. Guglielmo II° morì nel 1189, non ebbe eredi e quindi fu l’ultimo discendente maschio degli Altavilla nel trono di Sicilia; dopo il breve regno di Tancredi di Lecce, morto nel 1194; seguì a Roma l’incoronazione imperiale di Enrico VI° e Costanza (figlia di Ruggero II°).
Enrico VI° di Svevia occupa Palermo e viene incoronato Re di Sicilia, alla sua morte Costanza assume la reggenza in nome del figlio. Nel 1198 muore Costanza e la reggenza di Federico II° passa al Papa Innocenzo III° fino al 1208 quando Federico (nato il 26-02-1194) diviene maggiorenne, e nel 1209 sposa Costanza la sorella del Re d’Aragona.
Federico II° (citato anche da Dante nella Divina Commedia – Paradiso III) fu uno dei protagonisti della storia europea del secolo XIII°. Dopo vi fù Corradino nipote di Federico II°, alla cui morte succedette Manfredi che regnò dal 1258 al 1266 quando nella battaglia di Benevento fu sconfitto e ucciso dal francese Carlo d’Angiò.
Per il Regno di Sicilia si chiude così l’epoca della dinastia Sveva che regnò dal 1195 al 1268, e inizia quella degli Angioini.
Il regno di Carlo D’Angiò per nefandezze, atrocità, oppressione ecc. non fu da meno degli altri che li precedettero. I siciliani non ne poterono più dei francesi e cercarono un’occasione per cacciarli. Vicino Trapani (presso lo scoglio del malo consiglio) si riunirono segretamente alcuni notabili (Palmerio Abate signore di Favignana e di Carini – (la signoria di Favignana fu data a Palmerio Abate dagli Svevi) - Giovanni da Procida, Alaimo da Lentini, Gualtiero da Caltagirone ed altri) per cacciare gli Angioini e poter così dare il regno di Sicilia a Pietro III° re di Aragona e marito di Costanza, figlia di Manfredi. Il 31 marzo 1282 vi furono i Vespri Siciliani e gli Angioini vennero cacciati.
Pietro III° d’Aragona confermò la signoria di Favignana a Palmerio Abate a cui succedettero i fratelli Nicolò e Riccardo, a quest’ultimo Pietro III° d’Aragona concesse, su richiesta, la facoltà di potere impiantare nell’isola due tonnare (S.Leonardo e S.Nicolò). Il più valido esponente degli Aragona in Sicilia fu Federico II° (1295-1337). Tutti i diritti sull’isola furono confiscati nel 1397, prima perché inclusa nel Demanio della Regia Curia e poi perché passò sotto la signoria di Aloisio de Carissimo di Trapani.
Dopo gli Aragonesi dal 1416 la Sicilia cominciò ad essere governata dai vicerè spagnoli, i quali si resero colpevoli di nefandezze varie, patiboli, prigionie, ruberie ecc.. In questo periodo le isole Egadi furono punto di approdo di corsari, Turchi, base strategica di rifornimento, (ad esempio dei Crociati), con continue incursioni drammatiche dei Musulmani che facevano razzia di uomini e li vendevano nei mercati d’oriente e Algeri, come schiavi.
Tra i corsari, famosi, Khayr ad-Din, sconfitto nel 1536 da Andrea Doria, e Dragut. Durante questo periodo furono rifatti a nuovo il Castello di S.Caterina e di S.Giacomo, come punti di avvistamento. Nel 1516 Ugone di Moncada, gia vicerè di Sicilia, combattè contro la flotta Turca e poi sorpreso da una forte tempesta si rifugiò con più di 10000 uomini a Favignana saccheggiando e mettendo a ferro e fuoco l’isola.
Nel 1590 le Egadi venivano assegnati da Filippo II° ai baroni Filingeri, poi passarono nelle mani di Giacomo Brignani, genovese ed infine la Regia Corte sotto il governo di Filippo IV° le vendette l’11 aprile 1640, con le tonnare e il mare dei Porcelli per il prezzo di 500.000 scudi a Camillo Pallavicino di Genova e Rusconi di Bologna, banchieri, a saldo di un debito con essi contratto qualche anno prima. Il 22 marzo 1651 le Egadi per privilegio di Filippo IV° furono erette a Contea. In seguito la casa regnante, rifacendo nel 1688 il contratto di vendita, si riservò ogni diritto sulle isole, obbligando i Pallavicino a non fare concessioni enfiteutiche di terreni senza l’approvazione della Regia Corte.
Il primo vigneto nell’isola di Levanzo fu realizzato dai Pallavicino.
Dietro pressioni del Re, in Favignana fu costruita la nuova Chiesa parrocchiale (della Immacolata Concezione di Maria Vergine) ad opera dei Pallavicino e ultimata nel 1764, attuale madrice.
Gli spagnoli dominarono la Sicilia e le isole Egadi per più di 400 anni.
Nelle grotte di Favignana sono state rinvenute piccole edicole, iscrizioni e stemmi spagnoli, che ebbero chiara spiegazione nel 1850 dal dottissimo Canonico della Cattedrale di Palermo il reverendo padre Uddulena, detenuto nell’isola di Favignana dal Governo Borbonico per affari politici. Nel 1735 l’infante Carlo di Borbone si assise sul trono del Regno delle due Sicilie ed anche questi (i Borboni) non furono certo di buona condotta e ne sono valide testimonianze le carceri di Favignana e Marettimo; nel 1820 Guglielmo Pepe fu imprigionato nella fossa di Marettimo e nel 1858 Giovanni Nicotera con altri della spedizione di Carlo Pisacane fu rinchiuso nel Castello di S. Caterina a Favignana.
Nelle isole Egadi persino Napoleone vi fece una “puntatina” nell’anno 1798.
Intorno al 1856 i Pallavicino-Rusconi tentarono di vendere allo Stato le isole Egadi; le tonnare nel 1859 le ebbe un certo Giulio Drago di Genova, ma in quel periodo morì l’ultimo erede dei Pallavicino e le tonnare passarono ai Durazzo di Genova e alla famiglia Rusconi di Bologna; tuttavia ne rimasero legittimi proprietari sino al 1874, allorchè con atto del 7 marzo, le isole e i loro mari con le tonnare, i Pallavicino e i Rusconi le cedettero in vendita a Ignazio Florio senior, grande imprenditore, per la somma in contanti di Lt. 2.750.000, (prima erano state offerte ai Pastorini di Genova che però furono preceduti nella firma dai Florio); quando il nome dei Florio si lega a quello delle isole Egadi, e da questo momento si può dire che inizia la storia moderna di Levanzo e delle isole Egadi.
Già si profilava la concorrenza delle tonnare spagnole, portoghesi e tunisine, ma con tutto ciò le Egadi con le tonnare erano un buon investimento. Le tonnare di Favignana e Formica erano le più produttive del Mediterraneo, i Florio vi crearono anche stabilimenti di lavorazione di prodotti ittici. Le tonnare sono importanti per la pubblica economia di queste isole sin dal 1453, quando divennero titolo di baronia.

I Florio….e la “Tonnara”

I tonni nel periodo primaverile si avvicinano alle coste delle isole Egadi, per depositarvi le uova per la riproduzione e dove, in questo periodo, la temperatura delle acque è circa di 17° c. e la salinità si avvicina ai 37 grammi per litro, sicuramente è l’ambiente ideale per la riproduzione di questi illustri abitanti del mare (i tonni). I tonni avvicinandosi alla punta Nord dell’isola di Levanzo costeggiano l’isola in direzione Nord-Sud (lato est), dirigendosi verso l’isola di Favignana trovano una prima rete di sbarramento lunga diversi kilometri detta “coda”, seguendola finiscono inevitabilmente con l’imboccare la porta della TONNARA, un labirinto di reti costituito da varie “camere” intercomunicanti, fino ad arrivare nell’ultima camera, “della morte” dove i pescatori tonnaroti, coordinati dal “rais” svolgono il rito della “mattanza” per catturare i tonni.
La famiglia Florio:
Fondatore della Casa Florio è Vincenzo nato nel 1799 a Bagnara Calabro (1799-1868), nel 1800 il padre Paolo Florio si trasferì definitivamente a Palermo, dove impiantò una piccola drogheria che nel giro di pochi anni gli permise di lasciare al figlio una notevole eredità.
Vincenzo è nato borghese, sposato con una borghese, la milanese Giulia Portalupi è vissuto da borghese sino alla fine; ebbe tre figli: Angelina, Giuseppa e Ignazio. Nel 1830 Vincenzo acquistò alcune quote delle tonnare dell’Arenella e nel 1838 se le aggiudicò interamente e assunze la gestione di altre tonnare (Isola delle Femmine, S.Nicola l’Arena, Solanto, Vergine Maria, Scopello e S.Giuliano), dal 5 ottobre 1842 per 18 anni gestì le due tonnare di Favignana e Formica come gabelotto e alla scadenza sebbene invitato dai proprietari a continuare nell’affitto, ringraziò per la fiducia e passò la mano ad altri. Nel 1874 le acquisterà il figlio Ignazio.
Vincenzo partecipò alla creazione di compagnie di Navigazione e si interessò anche ad altre iniziative imprenditoriali. Fondò Società di Assicurazioni Marittime, costruì uno stabilimento vinicolo a Marsala ed in breve tempo conquistò i mercati nazionali e internazionali. Si interessò anche della estrazione e del commercio dello zolfo, nel 1839 gestiva già 26 zolfare e la commercializzazione dei suoi derivati. A Palermo e poi a Marsala istituì anche stabilimenti per l’industria tessile, la Filanda Florio a Marsala aveva in funzione 3272 fusi.
Vincenzo Florio è giustamente considerato il creatore dell’industria metalmeccanica a Palermo, grazie all’attività della Fonderia Oretea. Seguì l’attività armatoriale con la Società Armatrice (I. e V. Florio) che era l’unica in Sicilia a disporre nel 1856 di bastimenti a vapore. Con l’occasione ottenne l’appalto per il servizio postale tra Napoli e la Sicilia e diede vita ad una nuova Società la “Piroscafi postali di Ignazio e Vincenzo Florio e C.”.
Vincenzo si dedicò anche ad attività pubbliche; dal 1834 al 1859 fece parte del Consiglio della Camera di Commercio di Palermo. Nel 1848 fece parte della Guardia Nazionale e del Senato Cittadino e divenne vicepresidente della Camera di Commercio. Nel 1850 fu nominato “Governatore Negoziante” del Banco regio dei Reali Domini al di là del Faro. Nel 1861 la Banca Nazionale aprì una filiale a Palermo e Vincenzo Florio acquistò un buon numero di azioni che gli valsero la nomina alla Presidenza del Consiglio di Amministrazione della filiale di Palermo e poi l’ingresso nel Consiglio Superiore della stessa Banca, cioè nell’organo decisionale a livello nazionale della più importante Banca Italiana (1866). Nel 1863 era già Presidente della Camera di Commercio e dal 1864 è Senatore del Regno d’Italia.
Alla morte di Vincenzo 1868, il patrimonio venne valutato oltre 12.000.000 di lire (50 miliardi circa del 1988). I 4/6 del patrimonio andarono al figlio Ignazio (1838-1891) e i 2/6 alle due figlie, Angelina sposata De Pace e Giuseppina sposata Francois Merle (mercante francese).
Florio Ignazio senior, si impegnò a consolidare e a sviluppare al massimo alcune attività ereditate. In primo luogo quella armatoriale ed a rivitalizzare quella tessile e l’industria del pesce conservato. La Società di Navigazione “Piroscafi Postali” sotto la guida di Ignazio passò dai 14 piroscafi del 1864 ai 41 del 1877. Nel 1881 nacque la Società di Navigazione “Navigazione Generale Italia” con sede sociale a Roma e due sedi compartimentali a Genova e Palermo dirette rispettivamente da Rubattino e Florio (con 89 piroscafi), che gestiva linee marittime nazionali e transoceaniche con Bombay-Calcutta, Montevideo, Buenos Aires, Singapore e da Napoli per New York.
Le azioni dei Florio nella Società erano più della metà e quindi ne aveva il pieno controllo. Nel 1883 Ignazio Florio venne nominato Senatore.
Nel 1885 acquistò i piroscafi della Società Edilio Raggio e la Compagnia Erasmo Piaggio; praticamente i Florio erano proprietari di piroscafi per una stazza di 90.000 tonnellate a fronte delle 118.000 dell’intera Marina Mercantile Italiana. L’industria tessile iniziata dal padre Vincenzo venne ripresa e rafforzata da Ignazio con la Società “Tessoria I. Florio e C.” con il socio Antonio Morvillo.
Potenziò la “Oretea” e nelle sue officine si costruiva di tutto, ferri da stiro, mulini, macchine idrauliche, torchi e uscivano pure le macchine da 250 cavalli per i piroscafi.
Istituì la Società di Mutuo Soccorso “Vincenzo Florio” con Ignazio Presidente e Crispi socio onorario. Una Cassa di mutuo Soccorso “La Provvidente” che concedeva prestiti al tasso del 6% agli operai.
Nel 1874 acquistò le isole Egadi con le tonnare di Favignana e Formica che tra il 1878 e il 1888 davano utili considerevoli che oscillavano dal 4,6% al 20,33% del capitale investito nell’acquisto. Oltre alla tonnara vennero costruiti gli stabilimenti Florio e i magazzini del porto per la lavorazione del tonno, sia in scatola sott’olio che salato e riforniva i mercati nazionali ed europei con notevoli introiti. Sempre a Favignana i Florio costruirono un principesco palazzo, realizzato da Giuseppe Damiani Almeyda nel 1878, che ospitò teste coronate e protagonisti della Belle Epoque.
Nel 1884 impiantò a Palermo una fabbrica di Porcellana, la “Ceramica Florio”.
Florio Ignazio senior nel 1866 sposò Giovanna D’Ondes Trigona figlia del conte di Gallitano Gioacchino D’Ondes Reggio e nipote del Capo dei clericali Palermitani barone Vito D’Ondes Reggio. Ebbero tre figli:
Florio Ignazio junior (1868-1957) sposato alla baronessa Franca Jacona di S.Giuliano;
Florio Giulia (1870-1947) sposata al principe Pietro Lanza di Trabia;
Florio Vincenzo (1883-1959) sposato alla principessa Annina Alliata di Montereale.
Nel 1897 Florio Ignazio junior inaugurava finalmente il Teatro Massimo; il fratello minore Vincenzo inaugurava la celebre corsa automobilistica “Targa Florio” nel 1906.
Ignazio Florio senior lasciò ai due figli maschi un patrimonio valutato attorno ai 100.000.000 (circa 400 miliardi del 1988); la figlia Giulia sposata nel 1885 aveva avuto una dote di 5.500.000.
2/3 a Ignazio junior – il complesso dell’Olivuzza, i feudi Bruca e Costa di Pietra, gli immobili e le terre ai Colli.
1/3 a Vincenzo – il feudo Fellamonica, lo stabilimento di Marsala e le sue dipendenze, le isole Egadi con le tonnare, la zolfara Bosco, i beni all’Arenella, la casa di via Materassi e la Casa di Commercio Ignazio e Vincenzo Florio.
Ignazio Florio junior amministrò tutto il patrimonio ereditario dei Florio, (di Ignazio e Vincenzo) ma non era all’altezza del padre e il patrimonio si dissolse in pochi anni, incapace di controllare le sue incredibili spese e una serie di operazioni che si chiusero spesso in fallimento, grazie anche alle spese pazze della bellissima moglie Franca, l’impero dei Florio crollò.
Per esempio, il padre Ignazio possedeva un solo yacth personale, il figlio ne possedeva cinque; la moglie Franca fino all’ultimo non rinunciava a trascorrere lunghe e costosissime vacanze in Svizzera. Giravano l’Europa in lungo e in largo negli alberghi più eleganti ed esclusivi.
Nel 1914 già le isole Egadi risultavano ipotecate a ben due diverse società, le insolvenze bancarie li costrinsero a cedere la “Navigazione Generale Italia”. Dalla fusione di questa Società con la Citra nascerà ai primi del 900 la compagnia Tirrenia. I Florio erano definitivamente fuori; era la fine e dovettero vendere tutto.

S E C O N D A P A R T E
Cenni storici recenti

“Egadi” significa “favorevole, propizio” forse in riferimento alla mitezza del clima e alla pescosità del mare.
L’arcipelago delle isole Egadi immerse nel caldo splendore del Mediterraneo più blu, custodi di 12000 anni di storia, a poca distanza dalla punta estrema occidentale della Sicilia è composto dalle isole di:
Favignana, la più grande e sede del Comune delle isole;
Marettimo, la più lontana;
Levanzo, la più piccola;
e gli isolotti di Formica e Maraone.
Secondo alcuni studiosi moderni, il poeta Omero conosceva molto bene queste coste, molte ambientazioni dell’Odissea sono simili alle coste del trapanese e delle isole Egadi; Ulisse, il suo favoloso personaggio potrebbe essere qualificato come il primo “turista fai da te” delle isole Egadi.
Levanzo, nomi antichi: - Nel periodo greco-romano si chiamò Bucinna, poi Phorbantia, poi ancora Gazirat (Al ya Bisah) cioè Arida dai Saraceni – oggi Levanzo che secondo la memoria storica degli anziani dell’isola deriva dal secolare pozzo (oggi inspiegabilmente chiuso) sito nel lato sinistro (ponente) della spiaggia di cala dogana, dove si affaccia il paese e dal quale gli abitanti usavano attingere l’acqua per uso potabile e domestico, e per abbeverare gli animali; nel 1901 per opera della Amministrazione Florio, padroni enfiteutici dell’isola, venne scavato e costruito dalla parte di tramontana di tale pozzo, a pochi metri, un altro pozzo più riservato, del primo, dalla infiltrazione di acqua di mare, collocandovi una pompa a mano per rendere l’acqua più pulita e più potabile, perché più distante anche dalle mareggiate (anche questo oggi chiuso); in seguito questa pompa si guastò e si ricorse ad attingere l’acqua con secchielli propri a mano da parte degli abitanti, rendendo l’acqua facile a probabile inquinamento; -(una premessa sull’acqua: - la roccia delle Egadi come già detto è prevalentemente calcarea per cui le acque non scorrono in superficie ma penetrano in profondità; è questa la ragione per cui alla scarsezza di acque superficiali si unisce l’abbondanza di pozzi ricchi di ottime acque potabili)- e che fino alla data del 1947 circa, col sistema d’una leva composta da un albero perpendicolare e di una antenna situata alla estremità di questo con più della metà dalla parte di dietro per formarne un contrappeso e meno della metà in avanti dove all’estremità veniva sostenuto, a mezzo di una fune, un secchio di legno per portare su l’acqua. Da questo sistema di LEVA IN SU venne chiamata l’isola, Levanzo.
Levanzo, dista da Trapani, estrema punta della costa Siciliana, circa 15 Km.. Uno scoglio roccioso granitico di massiccia formazione calcarea di circa 5 Km. di lunghezza (nord-sud) e di circa 2 Km. di larghezza (est-ovest), altezza massima nel Pizzo del Monaco mt. 278.
Nell’insenatura di Cala Dogana si trova il piccolo villaggio di case chiare quieto e sognante, agglomerato sulla costa meridionale e sull’unico piccolo porticciolo per poche barche, e scalo per aliscafi e traghetti, completamente aperto ai quadranti meridionali. A Levanzo le case iniziarono circa nel 1700.
Un mare, tra i pochi incontaminati del Mediterraneo con un’infinita e quasi magica tavolozza di colori, sfumature e macchie di sabbia e di alghe (posidonia – cymodocea nodosa e caulerpa prolifera), la posidonia vegeta in questi fondali in maniera particolarmente rigogliosa ed il suo stato salutare di vegetazione si riflette positivamente anche nell’abbondante fauna che alligna sulle sue foglie e tra le sue foglie come gli esemplari di epibionte tricolia speciosa (mollusca gastropoda) lissopecten hialinus (mollusca bivalvia) pinna rudis (mollusca bivalvia), un mare che annovera presenze di tutto prestigio, come la tartaruga caretta caretta, scogli di ogni tipo. Tramonti tra i più belli e spettacolari del mondo, incantevole per la sua buona, finissima e salutare aria che vi si respira, (tanto è che hanno ridato la salute a parecchi infermi); ricca di prati e cespugli di un’intensa vegetazione aromatica. L’atmosfera serena di Levanzo e la grande umanità della sua gente hanno già sedotto più di una persona, facendo così diventare questa isola, una delle mete preferite dei turisti di tutta Italia, d’Europa e oltre.
È’ un canto magico quello che si leva da questa terra, come il canto delle sirene che ammaliava gli uomini di Ulisse.
Chi viene a soggiornare a Levanzo, oltre al mare è bene non perda l’occasione per fare anche interessanti passeggiate lungo caratteristiche mulattiere sentieri interpoderali e/o intervicinali e particolari sentieri pedonali, curati dal Demanio Forestale che con appositi e fruttuosi cantieri lavoro, cura anche le piccole pinete dell’isola (Pini d’Aleppo), (rimboschimento effettuato da una Società privata negli anni 60 e vendute al Demanio Forestale da pochi anni), sparse un po’ dappertutto e si interessa della manutenzione e dell’ambiente; interventi mirabili che sicuramente sarebbe auspicabile che fossero incentivati e ampliati.
Iniziamo la nostra passeggiata: dal lato di levante, incontriamo Cala Fredda, una caletta con piccola spiaggia di ciottoli riparata dai venti del nord a pochi passi dal paese e punto di ancoraggio per piccole navi di passaggio. Salendo per pochi metri, sull’altopiano incontriamo la “Villa Florio” costruita dai Florio nel 1890, un agglomerato di case coloniche e stanze rifugio per gli animali domestici con la posizione dominante di un ricco palazzotto con annessi servizi, sede di sporadici passaggi della famiglia dei Florio, che di questa isola erano i proprietari enfiteutici, e sostenevano una fiorente attività agricola con vigneti, masseria, stalle, animali, cantine grandi e molto capienti (ci sono delle botti di rovere enormi costruite, allora, direttamente in loco), per depositarvi l’eccellente vino prodotto dal locale vigneto (circa 60000 viti), che davano molti frutti alla proprietà e molto lavoro agli abitanti di questa isola. Oggi questa proprietà, passata dai Florio ai Parodi di Genova (imprenditori) nel 1937 e da pochi anni rivenduta ad imprenditori di Trapani, è desolatamente abbandonata. Su un punto della collina più in alto ancora esistono ed in discreto stato di conservazione le vestigia di una secolare torre (Torre Saracena) che serviva da avvistamento per le varie incursioni dei nemici che provenivano dal mare. Sotto la torre, scendendo verso il mare, vi si trova un’altra caletta Cala Minnola con una bellissima pineta molto curata e una piccolissima spiaggia e uno scivolo in cemento per accedere agevolmente al mare, punto ottimale per fare i bagni in qualsiasi periodo perché è molto riparata ed il mare è quasi sempre calmo con qualsiasi tempo; a poca distanza dalla spiaggia vi si trovano delle vasche (circa 8) di cui si fa menzione nella memoria storica di abitanti anziani di Levanzo che nel 1948/49 ne scoprirono l’esistenza, senza darsene una spiegazione per cosa servissero; queste vasche di circa 2 metri per 2 metri sono state costruite con mattoni pesti e con miscela di carbonella ed ancora si conservano in discreto stato di resistenza; quasi tutte sono piene di detriti vari e rischiano di essere danneggiate seriamente. Dopo diversi anni verso il 1977 qualche turista si accorse di queste vasche e dalla sua curiosità si scoprì che esse risalivano sicuramente al periodo dei romani (circa 200 a.c.), i quali se ne servivano per fare il “Garum”, una salsa dal sapore molto simile alla salsa di acciughe. Il garum era molto diffuso nella cucina romana; alimento prelibato per i pompeiani, secondo Plinio aveva il colore del miele ed era talmente buono che lo si poteva bere a bicchierini. In queste vasche venivano messe erbe aromatiche (timo, finocchio, salvia, menta piperita, origano, sale ecc.) e pesci sani, se piccoli, o a pezzetti, se grossi, (acciughe, sardine, pezzi di tonno ecc.), il tutto veniva coperto con un coperchio di legno o di sughero e ogni tanto rimescolato dopo circa 2 mesi era pronto, ed a questo punto era necessario pigiarlo fortemente e raccoglierne il liquido in un recipiente e con esso condirne le pietanze. Il migliore garum veniva prodotto nelle coste meridionali della Spagna, nelle coste africane del nord e dell’atlantico, e veniva trasportato da un lato all’altro dell’impero Romano con apposite anfore (tipologia delle anfore: Iberica, assimilabile alla “dressel 8”, caratterizzava questa forma l’attacco dell’ansa “a orecchio” e semplici scanalature nella parte frontale della ansa stessa).
Il garum si produce tutt’ora in Estremo Oriente (giapponesi e indocinesi) e se ne fa uso anche nelle grandi città europee; si vende in bottiglie da un litro che durano parecchio tempo, perché la quantità necessaria è molto limitata.
Continuando verso nord incontriamo una insenatura Cala Nucidda e un’altra piccola cala, Cala Calcara, dove non ci sono spiagge ma scogli più o meno levigati dal mare e dei bellissimi fondali, dove si può fare il bagno e prendere il sole in discreta privacy. Da cala calcara c’è un sentiero che ci riporta sull’altopiano e incrociamo una strada sterrata, carrozzabile per fuoristrada, che ci conduce con una bella passeggiata ecologica verso nord, incontriamo e oltrepassiamo alcune case coloniche ristrutturate e riadattate per piccoli insediamenti abitativi stagionali e dopo un paio di kilometri troviamo all’estrema punta dell’isola un piccolo agglomerato di case che fanno da cornice ad una torre cilindrica, bianca costruita su una base solida e robusta che contrasta con la luminosa e delicata trasparenza della sommità, è il FARO, (il Faro di Capo Grosso di Levanzo).

Il Faro

La luce del Faro roteando con cadenza ritmata dà ai naviganti guida, conforto, ausilio. Il Faro primitivo era quasi sicuramente niente altro che un falò fiammeggiante sull’alto di una roccia; il più antico intorno al 650 a.c. sorgeva sul promontorio di Sigeo nella Triade ed è provato che era un grosso braciere; più tardi i fuochi furono accesi in cima a delle torri.
Il Faro di Torre Timea sul Bosforo è il primo di cui si faccia menzione nella storia, ma il più celebre è quello di Alessandria d’Egitto, la cui costruzione fu iniziata da Tolomeo I° (305-283 a.c.) e terminata sotto Tolomeo II° (285-246) disegnato e realizzato da Sostrato di Cnido; situato alle foci del Nilo, nell’isola Pharos (Faro), così chiamati da questo momento in poi.
In Italia, il Re Vittorio Emanuele III° il 12-05-1868 istituì con decreto la 1^ Commissione dei Porti, Spiagge e Fari che nel 1881 compilò il primo programma organico relativo all’illuminazione delle coste, (il primo elenco completo dei Fari Italiani fu pubblicato a Genova nel 1876), la prima legge che disciplina questa materia è la n. 3095 del 2-04-1885. Dopo la fine della 2^ Guerra Mondiale, alcuni fari risultarono distrutti o danneggiati e si dovette proseguire ad una ristrutturazione degli stessi; lavoro che fu completato entro il 1965. Anche il Faro di Capo Grosso di Levanzo, costruito nel 1858, seppure non danneggiato da eventi bellici fu ristrutturato. Per l’illuminazione delle coste sono stati impiegati prima olio vegetale, poi olio minerale, paraffina che è un derivato del petrolio, l’arco voltaico, i gas compressi (gas da idrocarburi) l’acetilene, petrolio, l’incandescenza elettrica a filamento, (oggi ci sono le lampade alogene, a scariche di xeno, a vapore di mercurio con potenza di migliaia di watt. Il Faro di Capo Grosso è costituito da un’ottica rotante, con più pannelli ottici, lenti di Augustin Frasnel costituiti da una lente centrale e da prismi anulari con elementi diottrici e catadiottrici di cupola e di falda che evitano la dispersione della luce, rinviandola verso il centro, la rotazione avviene su dei cuscinetti attorno alla sorgente a luce fissa, regolata da un sistema meccanico di ingranaggi azionato da un peso motore che scende lungo la torre del Faro; l’altezza del punto luce è di metri 68,5 dal livello del mare, la portata nominale della luce è di 34 miglia, la portata geografica è di 21 miglia, è visibile da 32° a 331°, il numero nazionale del Faro è – 3124, il numero internazionale è – E 1962. Oggi gli antichi apparati sono stati sostituiti da impianti automatizzati e l’evoluzione tecnologica con l’introduzione di moderni sistemi satellitari ha determinato l’allontanamento della figura professionale veramente caratteristica del “Guardiano del Faro”.
Riprendiamo la passeggiata e ritornando verso sud dal lato occidentale (ponente) incontriamo la più vasta insenatura dell’isola Cala Tramontana , aperta ai venti del quadrante nord, bellissima, accessibile da un piccolo sentiero che ci porta fino al mare, dove troviamo una piccola spiaggia di ciottoli, lo spettacolo è di una incommensurabile bellezza, gli scogli, il mare, la montagna intorno con diverse grotte e con luci ed ombre, e colori che non si possono dipingere, troppo belli solo a vedersi dal vivo, non si possono fermare ed immortalare in una tela.
Abbiamo fatto già un bel po’ di strada e continuando ci imbattiamo in alcune piccole grotte non molto interessanti e poco accessibili, in cui si sono trovati i resti di conchiglie lusitane o ferruginose e di qualche stalattite e stalagmite formatesi nel tempo e che alcuni vandali hanno danneggiato e spogliato delle loro decorazioni naturali, raccogliendo qualche pezzetto di stalattite come cimelio, distruggendo così in pochi attimi quello che la natura ha creato con fatica in migliaia di anni, in alcune di esse si è trovato pure qualche scheggia di “selce” (biossido di silice), una pietra dura, simile a pietra focaia, che spezzata in schegge, è molto tagliente e serviva per fare punte di lance, pugnali ecc.

La Grotta del Genovese (Preistoria)

Risaliamo sull’altopiano, superiamo la Punta dei Sorci e incontriamo la Cala del Genovese, un nome inusitato per un’isola di questo arcipelago e allora proviamo a darne presumibile e veritiera spiegazione: - nel 1283, col pretesto di far guerra ai Pisani due navi genovesi pirateggiarono e nascosero il loro bottino fra le isole Egadi. Re Pietro ne scrisse al Comune di Genova, chiedendo anche di fare restituire al proprietario una nave che i pirati avevano nascosto fra le isole, con il relativo carico, proprio in questa cala. Da ciò il nome, “Cala del genovese” come ricordato da documenti siciliani e dagli annali di Genova dell’Auria. I pirati che comandavano le due navi erano: Manuele Curlaspitum di Savona e Bommeliorem di Arenzano. Anche negli anni successivi Genova potente città marinara, ebbe rapporti commerciali intensissimi con i Paesi del Medio Oriente e del Nord-Africa; le Isole Egadi erano proprio sulla rotta delle navi genovesi e servirono come punto di appoggio e di riposo per questi lunghi viaggi. In questa cala troviamo e scopriamo la Grotta del Genovese che appunto prende il nome dall’omonima cala, il vero gioiello nascosto di Levanzo. Essa si trova ad una altezza dal mare di circa 33 metri ed è composta da una camera anteriore illuminata dalla luce del giorno e una camera interna, a cui si accede attraverso uno stretto cunicolo di pochi metri, la grotta è molto ampia e vi si trova il complesso delle pitture parietali e il verismo delle belle incisioni. Il tutto forma un singolare monumento d’arte primitiva che è un fatto certamente eccezionale per la presenza in una stessa grotta di figure incise e dipinte dovute a genti tanto lontane tra loro nel tempo, circa 5000 anni, e così diverse come civiltà.
La grotta fu scoperta per caso dalla Sig.na Franca Minellono di Firenze, pittrice, nell’autunno del 1949 e poi sottoposta a scavi e ricerche protrattesi fino al 1952-53 dal prof. Paolo Graziosi dell’Istituto di Paletnologia di Firenze e dalla sua assistente dott.sa Alda Micheli assieme alla sig.ra Jole Bovio Marconi della Soprintendenza alle Antichità di Palermo. La grotta del genovese contiene tesori di delicatissime e raffinatissime rappresentazioni di figure animali accanto a qualche figura umana molto schematizzata. Un primo ciclo di età Paleolitica circa 34 figure incise sulla roccia con grazia squisita dal tratto delicato ma estremamente realistico, incisi con palpitante senso della realtà, con tratto deciso e continuo che fa risaltare con evidenza l’anatomia dell’animale, di straordinaria eleganza e bellezza, rappresentano chiaramente cervi, dolci cerbiatti, felini, tori, vacche, asini selvatici e altro. Le prime del genere rinvenute in Italia e che costituiscono il complesso di figure parietali preistoriche più interessanti del nostro paese; e un secondo ciclo di età Neolitico di circa 81 figure dipinte in nero e una sola dipinta in rosso, raffiguranti animali, idoli, figure umane (la donna a violino), disegni di armi (pugnali) e altro.
Dopo si sono scoperte quelle nella grotta dell’Addaura e di Niscemi sul Monte Pellegrino ed a Romito presso Papasidero in Calabria.
Dagli scavi fatti si sono raccolti diversi reperti che sono stati trasferiti presso la Soprintendenza dei Beni Culturali di Palermo e di Firenze; un frammento di pietra incisa con la figura di un bue è stato sottoposto all’analisi del C.14 (carbonio 14) dal prof. Tongiorgi Ezio presso il suo laboratorio di Pisa ed ha dato questo risultato: le incisioni risalgono al Paleolitico superiore datato a 9694 anna fa dalla data 1950 con una approssimazione di più o meno 110 anni, quindi da oggi 2003 circa 9800 anni fa.
Il Paleolitico – è il primo periodo dell’età della pietra, anteriore al Neolitico, l’uomo pescatore e cacciatore viveva in caverne o spelonche coperto di pelli di animali, lo caratterizzavano alcuni manufatti in pietra scheggiata, nei quali già spicca un senso geometrico, simmetrico, proporzionato; vi mancano avanzi di animali domestici.
Le figure parietali dipinte risalgono sicuramente al periodo Neolitico e sono datate a 4770 anni fa dalla data 1950 con una approssimazione di più o meno 100 anni, quindi da oggi 2003 circa 4750 anni fa. Bisogna fare una premessa: la definizione sicuramente, è dovuta al fatto che i reperti dipinti trovati con gli scavi, sono del periodo neo-eneolitico e praticamente non facilmente raffrontabili con quelli dipinti sulla parete. Mentre per le incisioni è stato facile essere certi della data, perché la figura incisa del bue è dello stesso e unico periodo delle incisioni parietali. Per maggiore chiarezza, il periodo Neolitico va da 6000 a 2500 anni circa a.c. e il periodo Eneolitico da 2500 a 1800 anni circa a.c..
Il Neolitico è il secondo periodo dell’età della pietra, anteriore all’Eneolitico e posteriore al Paleolitico, caratterizzato da lavori in pietra levigata e da avanzi di animali domestici.
Questa grotta con questi tesori che hanno il valore di autentiche grandi opere d’arte danno lustro a questa isola di Levanzo e nel complessivo a tutto l’arcipelago delle Egadi. Uscendo dalla grotta ci lasciamo alle spalle l’arcaico (primitivo) e ci immergiamo nel moderno.
Andando verso il paese di Levanzo incontriamo qualche casa colonica su un altopiano, abbandonate e alcune piccole pinete in contrada Pietre Varate, prendiamo il sentiero che ci porta scendendo verso il mare, dove troviamo una caletta piccolissima con un piccolo ponticello sospeso sul mare, molto caratteristico, questo posto chiamato oggi “Il buco” è molto frequentato durante la stagione balneare perché gli scogli a terra sono abbastanza levigati dal mare e quindi ci si può comodamente distendere per abbronzarsi. Riprendiamo il sentiero ed arriviamo al Faraglione, un magnifico grosso scoglio staccato dall’isola da un istmo di pochi metri di distanza, con una profondità che in alcuni punti non supera i due metri e con una bellissima spiaggia di ciottoli pulitissimi e bianchissimi; camminando incontriamo ancora un’altra grotta (la grotta Grande) storicamente non interessante ed arriviamo a Cala Dogana da dove siamo partiti.


Flora e Fauna

Questa isola molto arida, riesce in ogni caso a mantenere una vegetazione folta e rigogliosa di macchia mediterranea, dai densi ciuffi di euforbia che si alternano all’erica multiflora, alla svettante agave, alla gariga, alla mandragora dai fiori bianco-violacei, accanto ai fichidindia e ai teneri arbusti di capperi.
Alcune piante, poche, sono endemiche, come l’allium aethusanum, allium ampeloprasum, anthemis maritima, brassica macrocarpa, brassica villosa, bupleurum dianthifolium, daucus carota, euphorbia papillaris e dendroides, helichrysum rupestre, iberis sempreflorens, limonium aegusae, limonium minutifolium, matthiola rupestris, satureja hortensis, scilla autunnalis, senecio cineraria, seseli bocconi guss, con un’infinità anche di piante medicinali. Troviamo anche licheni e certe pianticelle alte solo due centimetri che crescono nelle pieghe della roccia in pochi grammi di terra come la pinocchina a stella e la filaggine producendo fiori mirabili; la carnosa fioritura del mesembryanthemum, a lunghi festoni che coprono il tufo, la sabbia e la roccia; è possibile incontrare l’erba ghiacciolo veramente un capolavoro del creato, e troviamo anche il più modesto cocomero asinino (che però vanta un segreto di sparo dei propri semi mediante propulsione idraulica a reazione).
Oltre a queste, non è possibile riportarle tutte, ne riporterò una parte, quelle più presenti: aristolochia navicularis, asparagus acutifolius (asparago), calendula maritima, capparis spinosa (cappero), carduus corymbosus (cardo spinoso), ceratonia siliqua (carrubo), cichorum (cicoria), crataegus monogyna (biancospino), crocus longiflorus (zafferano a fiore lungo), cyclamen hederifolium (ciclamino), daphne sericea, dianthus rupicola (garofano di roccia), erica multiflora (erica), erodium maritimum, ferula communis (fella), foeniculum vulgare (finocchio selvatico), globularia alypum (erba dei prati), lagurus ovatus, lonicera (caprifoglio), matricaria chamomilla (camomilla), myrtus communis (mirto), narcissus tazetta (narciso), olea europea sylvestris (oleastro), opunzia ficus indica (ficodindia), orchis (orchidea selvatica), pistacia lentiscus (lentisco), quercus coccifera (quercia spinosa), quercus ilex (leccio), rosmarinus officinalis (rosmarino), ruta chalepensis (ruta), scabiosa limonifolia, valerianella (periciocca), thymus vulgaris (timo) tempestato di minuscoli fiori rosa, ed altre ancora circa 460 specie diverse.
Anche la fauna è molto varia sia essa stanziale o di passa:
la lucertola, la biscia nera (innocua), il geco comune, il geco verrucoso, il coniglio selvatico, il passero, il cardellino, la pispoletta, il canapino pallido orientale, l’allodola, il pettirosso, la rondine, il francolino, l’assiolo, il merlo, il tordo, lo stornello, la quaglia, la tortora, la beccaccia, il beccaccino, il croccolone, il colombaccio, il martin pescatore, l’upupa, il barbagianni, il falco pellegrino, il gheppio, la poiana, il capovaccaio, il corvo imperiale, l’aquila del Bonelli, il cavaliere d’Italia, gli uccelli marini procellariformi, l’uccello delle tempeste, la berta minore, la berta maggiore, il gabbiano reale mediterraneo, il cormorano, il cormorano bianco, l’airone grigio, l’airone bianco, ecc. ecc..
La maggioranza del patrimonio ornitico delle Egadi è dovuta alle molteplici presenze migratorie, tramite le rotte migratorie da o per il Nord Africa con il “ponte naturale” proprio delle Egadi.


Il paese di Levanzo

Levanzo paese, come abbiamo già detto è a Cala Dogana, anticamente gli abitanti stavano nelle grotte di cui questa caletta era molto ben provvista e di cui ancora qualcuna esiste; quasi tutte sono scomparse perché con il progredire della società esse sono state prima affiancate e poi sostituite da qualche stanza costruita in tufi "cantuna" importati dalla vicina isola di Favignana, e alcune anche in pietra locale costruita a secco con abilità artigianale locale di alta ingegneria (pur essendo molti artigiani anziani di ieri anche analfabeti) e di cui ancora esistono e resistono alcune costruzioni. Le prime case a Levanzo furono costruite nel 1700.
Durante gli scavi fatti per le fondazioni e costruzione dell'attuale paese, a memoria storica degli abitanti anziani del paese si ricorda che sono state trovate diverse sepolture di primitivi abitanti dell'isola e dall'evidenza degli scheletri indicavano che quella gente era quasi tutta alta e robusta; forse degli antichi saraceni o spagnoli.
Ancora nel 1700 a Levanzo non esisteva una Chiesa e i pochi abitanti che vi avevano stabilito la propria dimora, erano sotto la dipendenza spirituale del primo Regio Cappellano Curato della Real Chiesa Parrocchiale del Castello di S. Giacomo in Favignana; quando poi nel 1704 fu eretta in Favignana la Baronale Madrice, essi abitanti di Levanzo dì propria loro volontà si sottoposero alla dipendenza del nuovo Arciprete, perché considerati nell'ambito Parrocchiale dell'isola di Favignana. Nel 1844 il Re Ferdinando II° a proprie spese destinò a Levanzo un Cappellano, ed il Barone Pallavicino cedette uno dei suoi magazzini nella pianura di Levanzo, accanto alla sua casa Baronale, percependo l'affitto dal Governo; e primo Cappellano in qualità di Vicario in divinis dell'Arciprete Baronale, fu un certo Romeo frate e maestro Carmelitano; costui dedicò la Chiesa a Maria SS. di Trapani.
Nell'anno 1882 era Cappellano di Levanzo un certo D. Francesco Vaccaio da Burgio, Sua Ecc. Ill.ma e Rev.ma Dott. Giambattista Buongiorno, vescovo della Diocesi di Trapani, in occasione di una sua Sacra Visita, propose la costruzione di una nuova Chiesa in mezzo all'abitato. Il Sig. Amministratore Commendatore Cav. Gaetano Caruso del Condominio Ignazio Vincenzo Florio concesse gratuitamente il terreno bastevole per uso di Chiesa che venne costruita con il concorso della Curia Vescovile Diocesana.
Ultimati i lavori dell’Amministrazione Commendatore Florio nel 1883 venne aperta al servizio del Divin Culto, e ad ordine di delegata giurisdizione di Sua Ecc. Ill.ma e Rev.ma Monsignor Vescovo Dott. D. Francesco Ragusa, fu benedetta da Padre Mario Zinnanti, primo Regio Cappellano Curato e Rettore della Real Chiesa Parrocchiale Curata dell'Isola di Marettimo, allora in Favignana il giorno 8 del mese di Febbraio dell’anno 1883, la quinta feria dopo le ceneri, giorno dedicato nel calendario Diocesano a S.Giovanni De Matha.
Continuando negli scavi si sono trovate tracce di costruzione di tegole e terracotta, segno che allora si lavorava l'argilla locale e si esportava, e lo stesso dicasi per la calce, dato che, in diversi punti dell'isola, si sono trovati segni di antiche fornaci a legna; e dato che nell'isola non esìstevano costruzioni in muratura con calce, è evidente che anche quella calce veniva esportata. Al centro dell’abitato del paese in continuità delle poche case allora esistenti nel 1908 il sig. Burgarella Gaspare fu Comm.re Agostino da Trapani venne a costruirvi una bella e comoda villa, in posizione molto arieggiata, che venne ad abitare con la propria famiglia nei 1911 e passare la villeggiatura ogni anno per molti mesi, perché molto affezionato all'isola, dove volle anche morire, nella quieta dimora all'età di circa 83 anni, il 14-11-1948, e fu seppellito nel cimitero locale che egli stesso aveva fatto costruire a proprie spese a scopo di beneficenza per la popolazione locale.
Levanzo è un piccolo villaggio a ridosso di un altopiano, c'è chi ci abita da sempre e chi è capitato per caso o per curiosità turistica, e ha finito per divenire cittadino dell'isola, dimentico tutto o in parte della sua precedente vita, lasciandosi alle spalle il frastuono delle città, lo smog, gli affari e le preoccupazioni; i “locali” sono ospitali, curiosi, aperti e lontani nello stesso tempo, amabilissimi se non ti presenti con la tracotanza del "cittadino civilizzato", chiusi con chi non è gradito. Certo la società consumistica oggi è arrivata pure qui con i suoi egoismi e i suoi limiti, ma ancora, e speriamo per tanto tempo a venire, tra questi scogli si sente in modo tangibile quello spirito di solidarietà che anima le piccole comunità. E' auspicabile che ogni iniziativa intrapresa in questa isola tenda a valorizzare e migliorare quanto già esistente e non mai a distruggere ciò che è il frutto del lavoro e dei sacrifici di tante generazioni che hanno dato l'anima e sono e sono state l'anima di questa isola di Levanzo.
Nei primi sessanta anni del 1900 nell’isola si coltivava frumento, orzo, pomodori, limoni, frutta, vite, ortaggi, mandorle, miele e ottimi formaggi prodotti con il latte del bestiame allevato nell'isola; praticamente era autosufficiente e si riusciva pure ad esportare una piccola parte di questi generi alimentari, oggi le risorse di questa isola, che come tante altre ha abbandonato la pesca e l'agricoltura in modo intensivo perché non più remunerative sono concentrate tutte sul turismo, favorendo la crescita di piccole strutture ricettive e insediamenti stagionali.
Il vero incremento turistico iniziò nel giugno del 1962 quando vennero messi in linea nelle isole Egadi mezzi ultramoderni e molto sofisticati, "gli Aliscafi". L'emigrazione per lavoro e per lo studio è forte, anche se in loco la scuola dell'obbligo è assicurata, ma per proseguire bisogna andare altrove; in inverno la popolazione reale si assottiglia di molto e Levanzo offre ai pochi visitatori la sua natura semplice e selvaggia, il suo salutare silenzio, le sue antiche tradizioni; in primavera ed in estate l'isola si anima di una moltitudine di turisti che in ogni caso non creano confusione, in quanto la ricettività è limitata e sicuramente a misura dell'isola, una piccola pensione, di circa 40 posti letto, e qualche mini-appartamento presso famiglie di pescatori; nell'isola non ci sono campeggi ed è severamente proibito il campeggio libero.
L’approvvigionamento di acque potabili è assicurato da navi cisterna e da una condotta sottomarina tra le isole di Favignana e Levanzo. L’energia elettrica è assicurata da una centrale diesel elettrica, della società I.C.E.L. s.r.l. con gruppi elettrogeni che danno una potenza complessiva bastevole per i consumi della utenza isolana. Per usi domestici si impiega gas in bombole. Il servizio di smaltimento rifiuti è assicurato da un servizio giornaliero di raccolta e compattazione sull’isola e trasporto presso l’apposito centro di trattamento di Trapani, via mare. Per quanto riguarda la rete fognante attualmente esiste un certo numero di piccoli scarichi a mare. La nuova rete fognante è stata realizzata da circa 10 anni, ma andrà in funzione solo dopo che sarà realizzato anche l’impianto di depurazione finale che dovrebbe comprendere un trattamento primario e biologico con scarico finale di acque pulite a mare.
Levanzo con il suo mare, purissimo, verde smeraldo e i suoi interessanti graffiti preistorici si offre per un intimo colloquio con la natura, un invito alla meditazione e al riposo.
A Levanzo non serve l’automobile, se non per trasporto di materiale edilizio e di altro genere, non esistono sportelli bancari, ma solo uno sportello postale, troviamo un ristorante a conduzione familiare, due bar-pasticceria con terrazza sul mare, una bottega di generi alimentari ben fornita, è possibile ricaricare le bombole per sub, è possibile visitare la grotta preistorica di Cala Genovese tutto l’anno con visite-guidate dal custode che ne detiene le chiavi ed è anche il proprietario, una guardia medica per pronto soccorso permanente, due agenzie marittime per i mezzi di trasporto (aliscafi e traghetti) gestiti da due diverse Compagnie di Navigazione che tengono conto delle esigenze dell’uomo moderno; in aereo per raggiungere Levanzo bisogna fare scalo a Palermo aeroporto di Punta Rais “Falcone Borsellino” o a Trapani aeroporto di Birgi “Vincenzo Florio” e poi raggiungere il porto di Trapani con taxi-navetta di diverse ditte a prezzi modici.
Attualmente Levanzo ed il suo mare fa parte della “Riserva Marina delle Isole Egadi” istituita nell’anno 1991, Ente gestore è il Comune di Favignana, oggi A.M.P. (Area Marina Protetta isole Egadi) suddivisa in quattro zone: zona A di riserva integrale (1067 ettari), zona B di riserva generale (2865 ettari), zona C di riserva parziale (21962 ettari), zona D di riserva generale di protezione (28098 ettari), per un totale di 53992 ettari, attualmente la riserva più vasta tra quelle istituite.
Per quanto riguarda l’aspetto terrestre Levanzo fa parte del P.T.P. “Piano Territoriale Paesaggistico delle Isole Egadi”, anche questo suddiviso in aree geografiche con diversa tipologia ambientale dove sono consentiti o vietati interventi che stabiliscono la immodificabilità dei suoli o lo sfruttamento parziale o totale di essi. Una cosa che accomuna tutte e due le riserve è il rispetto assoluto verso l’ambiente e tutte le risorse marine e terrestri in simbiosi con la presenza dell’uomo, e quindi il rispetto anche per l’uomo che deve pur vivere e progredire con il suo lavoro e le sue esigenze abitative moderne.
Tutto ciò nel presente e futuro prossimo se adeguatamente rispettato e sfruttato può e sicuramente sarà una fonte di lavoro certo per la forza lavoro presente e per le generazioni future.
Questo è l’auspicio mio che sono levanzaro (così si chiamano gli abitanti di Levanzo) da diverse generazioni.
I miei antenati e quelli dei miei coetanei compaesani sono e sono stati la vera anima di Levanzo, che hanno fatto di tutto per permettere che questo gioiello di isola mediterranea arrivasse ai nostri giorni così come è:
bella, invitante, accogliente, incontaminata, piccolo e delizioso mondo sereno.

Levanzo, 10-Aprile-2004 - aggiornato a Maggio 2011

Li Volsi Giuseppe (Uccio)

dall’isola di L E V A N Z O
Arcipelago delle Egadi - Comune di Favignana
Provincia di Trapani - Regione Sicilia
Italia - Europa


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B I B L I O G R A F I A

Graziosi Paolo – Le pitture e i graffiti preistorici dell’isola di Levanzo – Spinelli Firenze 1950
Graziosi Paolo – Levanzo, pitture e incisioni – Sansoni Firenze 1962
Gin Rachele – Andar per isole – Egadi, mare e vita – Mursia Milano 1979
Noni Del Mare – Levanzo al di là della leggenda – in Geodes – La terra che vive – Milano 1983
Manfredini Camillo, Antonio Walter Pescara – Il libro dei Fari Italiani – Mursia Milano 1985
Rossi Sergio, Capozzi Raffaele – Dal catalogo della Mostra del Parlamento Siciliano – Fratelli
Palombi Editore Roma 1998
Zinnanti Mario – Cenni storici delle isole Egadi – Ristampa CSRT Marettimo - Trapani 1994
Gervasi Pietro – L’arcipelago delle isole Egadi – Tesi di Laurea Trapani 1958
Cancila Orazio – I grandi Siciliani, Vincenzo e Ignazio Florio – I.G.E.R. Roma
Chiesi Gustavo – La Sicilia illustrata – Vito Cavallotto Palermo 1980
Patini Franco – Qui Touring – Gennaio 1973
Quatriglio Giuseppe – Levanzo – Bell’Italia - Mondadori Milano Luglio 1993
Malaguzzi Giorgio, Massa Bruno – Egadi – Oasis - Musumeci Milano luglio/agosto 1989
Roccuzzo Toto – Latitudine Sud (Egadi) – Gente Viaggi - Rusconi Milano giugno 1997
Dizionario Enciclopedico Italiano – Il nuovissimo Melzi – Antonio Vallardi Editore
Bibliografia floristica siciliana – Elenco delle specie della flora Sicula
Ministero dell’Ambiente – “Progetto Isole” – Ricerca, studi, indagini e rilevamenti finalizzato
ad iniziative urgenti in materia di tutela ambientale – Settembre 1988